Garantismo è rispetto delle regole, ma non è un'applicazione meccanica che finirebbe per consegnare all'intelligenza artificiale la giustizia e la politica: è a quest'ultima, alla politica, che spetta la distinzione tra un piano penale e uno appunto politico, quindi tra il diritto di difendersi e il dovere di non trascinare le istituzioni con sé.
Le dimissioni non sono una confessione, non sono un'ammissione, non sono neppure una resa morale: sono un atto di ordine, persino di stile. I momenti non sono tutti uguali, e, come si diceva dei magistrati, occorre essere lindi ma anche sembrarlo; prima del referendum certe dimissioni sarebbero state intempestive e suicide, un cedimento alle campagne più becere: un governo dignitoso invece può fare valutazioni proprie quando lo ritenga opportuno, non lascia passare a nuttata.
Un ministro non un è cittadino qualsiasi neppure in questo disgraziato Paese, in cui un'inchiesta non si nega a nessuno e ogni ruolo accende mille fari in buona e cattiva fede. Un ministro è un pezzo della credibilità dello Stato, e il punto non è stabilire se meriti umana solidarietà (quella può meritarla sempre) ma è se l'istituzione possa permettersi di restare impigliata in una controversia permanente. La risposta, ora, è no. Giorgia Meloni fa quello che fa un capo di governo: amministrare i crocevia tra rapporti di forza, pubblico decoro, tenuta politica e autorevolezza internazionale; non può restare ostaggio delle biografie dei propri ministri. Governare significa, anche, decidere quando un problema individuale diventa un costo collettivo.
Daniela Santanchè, dal canto suo, ha il diritto e il dovere di non passare alla Storia per un suo aggrapparsi a una poltrona contro la volontà di chi gliel'ha affidata: saper perdere talvolta è una forma di forza, e anche farsi da parte è un modo per conservare qualcosa di sé, invece di consumarsi in guerriglie di risentimento. Un governo dignitoso paga pegno, non svicola. E volta pagina.