Oscar Wilde diceva che l'esperienza è semplicemente il nome che diamo ai nostri errori. Ovvero: prima sbagliamo, poi troviamo una nobile giustificazione. La citazione calza perfettamente con la giravolta fatta ieri da Ursula von der Leyen al vertice mondiale di Parigi sull'energia nucleare.
"Nel 1990 un terzo dell'elettricità europea proveniva dal nucleare, oggi è solo il 15%: la riduzione della quota di energia da atomo è stata una scelta, ma credo che sia stato un errore strategico da parte dell'Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni", ha detto la presidente della Commissione europea, nel suo intervento. "Nucleare ed energie rinnovabili hanno un ruolo chiave da svolgere" nella transizione, ha osservato la leader tedesca, sottolineando che, insieme "possono diventare i garanti congiunti dell'indipendenza, della sicurezza dell'approvvigionamento e della competitività, se agiamo nel modo giusto". Von der Leyen ha poi rivendicato che l'Europa "è stata pioniera nella tecnologia nucleare e potrebbe tornare a essere leader mondiale in questo settore" attraverso i reattori nucleari di nuova generazione che potrebbero diventare un'esportazione europea di alta tecnologia e valore. La Commissione ha dunque presentato la Strategia per i Reattori Modulari di Piccole Dimensioni (SMR), che punta a consentire agli Stati membri interessati di dispiegare i primi impianti operativi all'inizio degli anni 2030. L'esecutivo Ue è, inoltre, al lavoro per assicurare l'approvvigionamento di uranio in Europa e intanto mobiliterà 200 milioni di euro fino al 2028 per sostenere gli investimenti privati nelle tecnologie nucleari innovative. E le risorse proverranno dal sistema di scambio delle quote di emissione, il mercato Ets.
La retromarcia è sorprendente ma non si tratta di un "errore strategico", come lo ha definito von der Leyen. Si è trattato sin qui di una precisa scelta politica. L'inclusione del nucleare tra le fonti del futuro è stata a lungo al centro del dibattito energetico della Ue, con le divisioni tra i Ventisette che esplosero sul finire del 2021, quando in ballo c'era l'ormai celebre patente verde (in gergo, tassonomia) da conferire alle diverse fonti energetiche, esacerbate dalla netta contrapposizione tra Parigi, fortemente dipendente dal nucleare per la produzione dell'elettricità, e Berlino, impegnata invece a spingere sulle rinnovabili. Alla fine, la Commissione aveva trovato un compromesso basato su un equilibrio delicato, ovvero l'inclusione condizionata e temporanea.
"I prezzi dell'elettricità in Europa sono strutturalmente troppo elevati. Questo è estremamente importante, perché l'elettricità a prezzi accessibili non è essenziale solo per il costo della vita dei nostri cittadini, ma è anche determinante per la competitività delle industrie", ha aggiunto ieri la presidente. Sottolineando che la Ue dipende "completamente" da importazioni fossili "costose e volatili" e "l'attuale crisi in Medio Oriente ci ricorda in modo crudo le vulnerabilità che ciò comporta".
Il problema è che l'energia costava cara in Europa anche prima dell'attacco di Usa e Israele all'Iran. E non basta ricorrere a un espediente lessicale quello "strutturalmente" per assolvere Bruxelles dalla responsabilità degli errori commessi.
Durante la battaglia sulla tassonomia, il linguaggio usato dalla stessa presidente era stato assai diverso e von der Leyen aveva difeso la scelta di non schierarsi apertamente a favore del nucleare adottando un atteggiamento pilatesco: "La Commissione non decide il mix energetico degli Stati membri".Riassumendo: prima abbiamo escluso il nucleare, ora dobbiamo riscoprirlo, ma non è una giravolta, è esperienza. Parola di Oscar. Pardon, di Ursula.