È passata la linea italiana ed è passata come doveva farlo: senza troppo baccano, senza concessioni formali ma con un risultato politico netto.
La Svizzera apre alle investigazioni comuni sull'incendio di Crans-Montana (questa la sostanza) e lo fa riconoscendo ciò che Roma chiedeva dall'inizio: una cooperazione strutturata e immediata, grazie, era ora.
Era appunto la linea italiana e si è affermata nell'unico modo previsto nelle democrazie mature: non come capitolazione dell'interlocutore (la Svizzera) ma come esito di una pressione esercitata con continuità e senza arretramenti, e questo, si scusi se è poco, su un terreno che riguarda la sovranità dello Stato, la tutela dei cittadini e il rispetto per le vittime.
Gli elvetici hanno aperto alle nostre indagini, anche se l'hanno fatto col loro stile ovattato e notarile che a loro piace così: lasciamo pure che restino avvoltolati in ridondanti e ottuse leziosità di principio, cose del tipo "le indagini competono ai giudici e non alla politica", e non lo sapevamo, o che la separazione dei poteri è un architrave del loro ordinamento, ci segniamo anche questa. Ma dietro lessici da educazione civica inamidata (o congelata) resta che la cooperazione si farà, e che questo chiedeva Roma dall'inizio.
Domanda: ci voleva tanto? Non era una pretesa estemporanea o un'ingerenza: era una richiesta elementare affinché un procedimento su 40 morti non restasse confinato entro perimetri procedurali impermeabili, scandita da tempi incompatibili con la voglia di verità: un tema, i tempi della giustizia, al quale dalle nostre parti siamo diventati giocoforza sensibili: ma i problemi della nostra magistratura ci bastano e avanzano.
La presidente del Consiglio ha posto la questione laddove le competeva: il piano politico-diplomatico, e questo non per sostituirsi ai magistrati, ma per far presente che il nostro Paese non sarebbe rimasto ammutolito di fronte a una tragedia di portata europea.
Poi d'accordo, abbiamo scoperto che i tempi svizzeri e le lentezze bizantine posso coincidere, abbiamo sorriso mentre loro ostentavano pedagogie della calma e trasformavano ogni interlocuzione in un bignami sullo Stato di diritto: non fosse mai che accelerassero, che ammettessero una loro reattività da sauro del Giurassico.
Non ce ne importa: tanto, sotto la superficie levigata delle formule, il risultato è rimasto uguale.
L'Italia indagherà con Svizzera come prevedono le convenzioni internazionali e come è in uso nei casi di maggiore complessità: è quello che governo chiedeva, l'ambasciatore elvetico in Italia resti pure operativo nella sua sobria sede pariolina. Stia tranquillo: le questioni procedurali e non saranno confuse col riflesso manettaro (trasversale) di chi pretendeva che gli imputati di Crans-Montana rimanessero in galera preventiva a vita: questo prima che un processo decida le pene che dovranno scontare.
Non era questo il punto. Un conto è lo sfogo del forcaiolismo di maniera (ora che il Paese sta riformando la giustizia) e un altro è eccepire circa una cauzione da 200mila franchi in un procedimento che conta decine di morti: la cauzione non è uno sconto di pena, dovrebbe essere proporzionata al reddito dell'indagato, potrebbe anche essere restituita a fine processo: ma trovare inadeguata una cifra del genere, i 200mila franchi, significa porre una questione di credibilità del sistema, di adeguatezza rispetto alla gravità dei fatti.
Dopodiché va bene, il processo si deve ancora fare e auspichiamo che si faccia entro questo secolo: perché è vero che tra un garantismo serio e una certa imbalsamazione elvetica corre una differenza che può sembrare sottile, ma le regole sono regole, e sul loro rispetto, in Svizzera, forse non avranno gli occhi del mondo puntati addosso: ma sicuramente avranno i nostri.