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I cinquant'anni delle "abuelas de Mayo" le nonne che cercano i nipoti desaparecidos

Una ferita che non si rimargina: mancano migliaia di corpi

I cinquant'anni delle "abuelas de Mayo" le nonne che cercano i nipoti desaparecidos

Da cinquant'anni, ogni giovedì pomeriggio, Estela annoda ben stretto sotto il mento il suo pañuelo bianco: si prepara immancabilmente per lo stesso appuntamento. Il ritrovo è alle 15.30 in Plaza de Mayo, di fronte a la Casa Rosada, che a Buenos Aires è la sede del governo. Estela de Carlotto ha 95 anni ed è la fondatrice de Las Abuelas de Mayo, le nonne argentine che dal 1976 cercano senza sosta i nipoti, i figli dei loro figli sequestrati e uccisi dai militari sotto la dittatura del generale Jorge Rafael Videla.

Ricorre in questi giorni in Argentina mezzo secolo dal colpo di stato che nel 1976 depose la "presidenta" Isabelita Perón e portò al governo una giunta militare. Vennero sciolti i partiti politici e il generale Videla diede il via al cosiddetto Processo di riorganizzazione nazionale, una brutale repressione contro chiunque ritenesse un oppositore. Furono gli anni tremendi dei desaparecidos, una piaga che non si può cicatrizzare perché all'appello mancano ancora migliaia e migliaia di persone. Pochi giorni fa, l'Equipo de Antropologia forense grazie al DNA ha identificato nuovi resti di 12 desaparecidos in una fossa dell'ex centro di detenzione La Perla: ne hanno catalogati 1650. Secondo le stime ufficiali, dal 1976 al 1982 sparirono in Argentina 30mila uomini e donne: solo il 5% erano terroristi, gli altri erano sindacalisti, operai, giornalisti, pacifisti e religiosi. Rapiti in casa, sul posto di lavoro, torturati, rinchiusi in campi di detenzione e infine uccisi.

Estela de Carlotto era una maestra, suo marito Guido, origini italiane, un operaio: fu sequestrato per venti giorni e rilasciato in condizioni fisiche dalle quali non si è mai ripreso. Sparirono anche sua figlia Laura e suo genero Walmir, avevano poco più di vent'anni: Laura era incinta, i suoi resti furono trovati nel 1985, quelli di Walmir solo nel 2009. Rintracciare il bambino di Laura diventò la ragione di vita di Estela: per 36 anni ha cercato quel nipote nato in prigionia. E ce l'ha fatta: era stato dato in adozione a una coppia di contadini; oggi Ignacio è un musicista e accompagna la nonna all'appuntamento del giovedì. È stato catalogato come il nipote n° 114.

In quegli anni assurdi e spaventosi, la mia famiglia si trasferì da Milano a Buenos Aires. Seguimmo tutti mio padre, che era giornalista e fu mandato a dirigere un'importante casa editrice: a raccontarlo oggi che conosciamo come è andata la storia (il generale Videla fu condannato all'ergastolo per crimini contro l'umanità), pare una follia. Ma per me, che avevo 13 anni e come i miei tre fratelli non sapevo nulla, è stata un'avventura felice: quando ho scoperto la realtà, eravamo già rientrati in Italia.

Abitavamo a Olivos, un sobborgo residenziale a nord di Buenos Aires, che si snoda lungo il Río de la Plata e ha parchi e ristoranti graziosi. Avevamo una villetta esattamente di fronte alla Quinta presidenziale del generale Videla, in calle Tucumán 2222. Ogni tanto si apriva il portone con la bandiera bianca e azzurra ed entravano auto scortate dalla polizia. In tutto il quartiere c'erano militari con il mitra al collo e a noi bambini pareva una fortuna, perché anche dopo cena potevano uscire tranquilli con gli amici. Invece di tranquillo non c'era nulla.

Una notte sentimmo un gran boato, che fece tremare i vetri. I pompieri arrivarono con calma e ricordo che mi sembrò strano che non avessero le sirene accese. Fu il giardiniere a raccontarmi che quella notte era volato via il tetto di una villetta a pochi isolati dalla nostra. Solo il tetto? chiesi. E la famiglia? "Se volò todo", rispose.

Ad accompagnarci a scuola, che era in centro a Buenos Aires, era Pocho, un autista che parlava molto e scherzava sempre. Eppure quella mattina rimase muto come un pesce. Eravamo su Avenida del Libertador, un'arteria con dodici corsie e in primavera è uno spettacolo di jacarandà, piante alte più di dieci metri dai fiori viola. Fermi a un semaforo, assistemmo alla scena di un grande camion militare che "inghiottì" un'auto grigia con dentro un uomo e una donna. Lei aveva i capelli raccolti a treccia e gridava, lui non l'ho visto in faccia. Quattro poliziotti gestivano l'operazione: uno ruppe con gli scarponcini i fari posteriori e un altro staccò la targa dell'auto. Poi il portellone si richiuse e il camion partì. Pocho non distolse mai gli occhi dal volante: quando il semaforo diventò verde, si allontanò molto lentamente dalla scena.

In quegli anni, a Buenos Aires, la parola desaparecidos non la

pronunciava nessuno, non parlarne era una sorta di esorcismo: scacciava la verità. Solo molto tempo dopo ho saputo che una bomba era scoppiata nell'ufficio di mio padre, sotto la sua scrivania: ma lui era stato avvertito.

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