Le piazze di Milano e di Roma, mentre il magrebino piombava sulla folla, intonavano i soliti cori contro la premier Giorgia Meloni, contro il governo e chiunque non la pensi come loro. "Free Palestine", "From the River to the Sea, Palestine will be free", "Israele Stato Terrorista", "Genocidio Made in Italy". E sono solo alcuni degli slogan che scanditi in quelle che sembravano essere, e sicuramente lo erano, manifestazioni come altre, come tante ce ne sono state in questi anni. Infatti, non sono mancate nemmeno questa volta le bandiere dei terroristi, ormai sdoganate nelle piazze italiane: anche ieri hanno fatto bella mostra di sé i vessilli di Hezbollah, sventolati in piazza Duomo tra le bandiere palestinesi. Ma tutto questo assume un carattere diverso, un sapore più amaro a fronte di quanto accaduto a Modena. La stessa Emilia, precisamente Sassuolo, in cui ieri era prevista la presenza sia della deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari che della Cgil insieme alle sigle pro Gaza, gruppi di boicottaggio, il Pci.
La stessa Ascari che il giorno prima a Sesto San Giovanni ha partecipato all'apericena solidale dei Carc, partito che vede alcuni dei suoi membri sotto indagine per il reato previsto dall'articolo 270-bis nell'inchiesta condotta dalla Procura di Napoli, che li descrive come epigoni delle Brigate Rosse.
I racconti dei testimoni tratteggiano uno scenario fin troppo noto in Europa negli ultimi anni e descrivono il pericolo dell'odio dilagante, alimentato da cortei in cui si bruciano le foto della Premier o bandiere di Israele. Questa sovrapposizione temporale cambia inevitabilmente il peso specifico delle manifestazioni e la loro percezione. Il cortocircuito è evidente davanti al silenzio e alle giustificazioni di una certa parte politica, che tollera o legittima queste piazze che inneggiano ai terroristi. E, come spesso hanno detto gli esperti ragionando sui macro-livelli, la copertura di cui godono questi cortei rischia di sdoganare non solo gli slogan, ma anche i simboli più estremi, creando un'area di impunità culturale.
Certo, quanto accaduto a Modena va ancora accertato e tutte le piste sono aperte ma, mentre la magistratura e le forze dell'ordine lavorano per definire la matrice del gesto, la piazza non si è fermata perché "nessuno sarà realmente libero finché la Palestina non sarà libera". Perché questo è stato uno dei motti della giornata della Nakba di ieri, che ha visto presenziare le più note sigle dell'antagonismo militante e dei movimenti per la Palestina.
Si sono saldati in modo oramai definitivo centri sociali, moschee, gruppi che fanno capo a soggetti come Mohammad Hannoun, il soggetto a capo della cupola di Hamas in Italia, presunte spedizioni umanitarie, sigle della sinistra più radicale, fronde anarchiche. Tra i protagonisti anche il "martire" Saif Abukeshek, il volto della Global Sumud Flotilla che era stato arrestato da Israele con Thiago Avila per i suoi legami sospetti con Hamas.
Questo panorama, in cui è presente la fusione tra certe leadership e le frange più radicali non fa altro che esasperare il clima generale, evidenziando la mancanza di visione di una certa politica che, pur di assecondare una probabile base elettorale, si volta dall'altra parte, lasciando che il dibattito pubblico resti ostaggio di una retorica divisiva e pericolosa.
Continuare a gridare che "il governo italiano è complice nel mantenere questi crimini contro il popolo palestinese" alimenta risentimento e fa sì che anche dei singoli individui possano sentirsi legittimati a fare della giustizia personale un metodo per praticare la giustizia collettiva.
FraGa
GiuSor