A Milano succede che il centrosinistra, per restare al potere dopo Giuseppe Sala, pensi a Mario Calabresi. Non un barricadero, neppure un reduce della sinistra di movimento: giornalista, ex giovanissimo direttore di Stampa e Repubblica, fondatore di Chora Media, profilo civile, borghese, progressista, capace di parlare ai cattolici e ai potenti con lo stesso sorriso.
Un candidato quasi naturale, se il centrosinistra fosse una cosa sola. Non lo è. Calabresi è indigesto alla sinistra perché la obbliga a digerire se stessa. Eccole, le guerre nascoste nel cognome, sentenza del patrigno e poeta Tonino Milite con il quale la mamma Gemma si era risposata. Attorno al nome Calabresi si muovono tre sinistre: la sinistra della memoria Pinelli, ormai nelle istituzioni; la sinistra che processa il modello Milano, ossia mattone, rendita e cosiddetta gentrificazione; la sinistra genealogica, quella che non parla più come Lotta Continua ma senza chiudere davvero i conti.
Eccolo il cortocircuito: nella Milano che in un anno porta davvero l'anarchico Giuseppe Pinelli nella toponomastica prende corpo l'ipotesi di candidare a sindaco il figlio di Luigi Calabresi. Il giorno dopo la cerimonia d'intitolazione il Fatto quotidiano con Lorenzo Zacchetti fotografa l'uso di Via Pinelli per mandare via l'ipotesi Calabresi sindaco. Dietro la trasformazione dell'anarchico da memoria militante a memoria comunale c'è Pierfrancesco Majorino, consigliere regionale lombardo e presidente del gruppo Pd. I sondaggi di ipotetiche primarie, per quel che valgono, lo danno davanti a Calabresi di un niente. In un post social del marzo scorso, Majorino ha scritto che Pinelli "fu ucciso in questura", è "la diciottesima vittima" della strage di Piazza Fontana. Più che una sfumatura, un verbo: "Ucciso", non morto, non caduto, non precipitato.
Poi c'è Rosario Pantaleo, consigliere comunale Pd a Palazzo Marino, cofirmatario della mozione per Via Pinelli: per lui "è stato un martire". Anche qui. Non commemorazione generica, ma sacralizzazione politica. E un Pd che chiama martire Pinelli e candida Calabresi non si accorge che quella targa e quel cognome appartengono allo stesso campo magnetico. Intorno ci sono Alessandro Giungi, Enrico Fedrighini, Tommaso Sacchi e c'era Carlo Monguzzi (morto il mese scorso). Non tutti hanno lo stesso peso: Giungi porta la memoria Pinelli dentro il Pd amministrativo, Fedrighini elabora l'operazione civica e istituzionale, l'assessore alla Cultura Sacchi sigilla la memoria con la sua presenza alla cerimonia. Monguzzi era l'anello verde e storico dell'operazione.
Alla seconda sinistra non serve Pinelli. Mario Calabresi diventa inevitabilmente il candidato negativo di un mondo fatto di alto civismo e giornali. C'è la società di produzioni multimediali fondata da Guido Brera e diretta da Calabresi, dentro qualche salotto progressista vive la Milano educata e inamidata che dice "fragilità" anche se abita dove altri non possono permettersi un bilocale ma combatte contro "la città dei ricchi.
Poi c'è persino il collega di mille forche Gianni Barbacetto che tiene insieme il Pinelli non pacificato e la Milano sotto processo per l'urbanistica. "Non sappiamo ancora tutto sui depistaggi di Stato", per lui verità processuale sulla morte di Calabresi è raggiunta, quella su Pinelli "la stiamo ancora aspettando". Sul frame "la città dei ricchi" da portare alla sbarra c'è pure Veronica Dini, che da non eletta offre il suo volto tecnico-giuridico al contenzioso urbanistico, dove comitati, residenti, Procura, Comune e stampa tendono a toccarsi. Lei non grida contro Calabresi, incarna l'accusa a quel sistema di città che cerca in Mario un profilo rassicurante. E c'è Francesca Cucchiara, consigliera di Europa Verde, che presidia il versante casa, accessibilità, città classista contro "la giungla immobiliare" che l'ha costretta a cambiare quattro case in cinque anni, con Calabresi che servirebbe solo a nascondere vicende dolorose come San Siro. Altro pasticcio che sembra aver affondato il sogno della eterna vicesindaco Anna Scavuzzo, dominus dell'Urbanistica. Qualcuno ricorda che bisognerà comunque fare conti con l'uomo dei conti Emmanuel Conte, bocconiano figlio d'arte del craxiano Carmelo che ha risanato bilanci fallimentari. Ma questa è un'altra storia.
La terza sinistra anti Calabresi viene da lontano. Non perché ripeta il linguaggio del 1972, dirlo sarebbe falso: ma perché quel linguaggio resta sullo sfondo e le date restano inchiodate alla storia della città. Oggi, cinquantaquattro anni fa Luigi Calabresi veniva assassinato. Il giorno dopo, il 18 maggio 1972, Lotta Continua esce con il titolo: "Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio di Pinelli". Niente che si possa appiccicare ai consiglieri di oggi ma che misura l'innegabile temperatura originaria ancora intrisa di odio. Il ponte migliore tra quella storia e il presente resta Gad Lerner, che non porta voti ma memoria, linguaggio, rispettabilità e continuità culturale. In una recente intervista ha rifiutato la formula "infame campagna" contro Luigi Calabresi, quel comunicato di Lotta Continua dopo l'omicidio era "sbagliato, brutto, forse infame", ma né lui né altri prendono le distanze da quella storia. La frase è perfetta, in senso deteriore: "Forse infame". Forse. Anche davanti a un commissario assassinato, a una campagna che l'aveva trasformato in bersaglio. Forse.
Non c'è da fare processi ai figli o a colpe ereditarie, nessuno chiede abiure teatrali. Mario non è Luigi e non eredita né colpe né martirii, ma in politica si ereditano i simboli. Questo, a sinistra, funziona a intermittenza: a titolare una via a Pinelli, non a candidare Calabresi; si sfuma quando riappare Lotta Continua e si nobilita quando diventa teatro, memoria, autobiografia e moralismi inquieti. Quando a gennaio Calabresi ha fatto capolino come candidato in pectore, sembrava arrivasse da Marte col solito cliché fintobuonista: "Milano non è più accogliente, qualunque cosa tu faccia è a pagamento". E ancora: "La sicurezza è un diritto, ma esercito e repressione sono risposte sbagliate. Serve più luce, più socialità e spazi pubblici vissuti".
Contro di lui c'è anche una sinistra antagonista aggiornata (ambienti come MilanoInMovimento o Andrea Cegna) che gli rimprovera i suoi amici, nuovi media finanziati anche dal denaro cripto. Bersaglio perfetto per chi combatte la Milano della rendita e dei salotti. Non serve Luigi, qui basta Mario come figura di un potere morbido, e comunicativo, e danaroso, compatibile con la città che l'antagonismo vuole denunciare.
Eccole dunque le tre indigestioni della sinistra: ricorda la ferita originaria, contesta l'incarnazione gentile della Milano che rifiuta, rivela l'insopportabile indulgenza verso il clima che portò all'assassinio. Troppo per un solo candidato. Diranno che la memoria non è una clava contro un Calabresi più che candidabile.
Ma se Pinelli "è un martire ucciso in questura", di cui "non sappiamo ancora tutto", se Lotta Continua fu "sbagliata, brutta, forse infame" ma non troppo (e persino finanziata dalla Cia, come ha riscoperto il Giornale), se ancora a febbraio sui social Adriano Sofri rivendica la sua innocenza e "la responsabilità che me ne veniva per la fiducia di cui godevo fra i miei compagni e le mie compagne", se si colloca dalla parte di Pino Pinelli, "sono rimasto là", allora Calabresi candidato non è più un'ipotesi civica. È un test. La sinistra milanese non digerisce Calabresi perché dovrebbe prima digerire se stessa e le proprie irrisolte contraddizioni.