"Una tempesta in un bicchier d'acqua. La norma è scritta male, forse hanno usato Chatgpt. Ma non cambia assolutamente niente". Marco Eller è uno degli avvocati d'ufficio, iscritti all'albo speciale, che a Milano si occupa di assistere i migranti colpiti da provvedimento d'espulsione. Eller conosce bene realtà e pratica del diritto dell'immigrazione. E da 48 ore assiste incredulo all'ondata di indignazione suscitata in gran parte dell'avvocatura dall'emendamento approvato dalla maggioranza in Senato al decreto sicurezza: una norma che punterebbe a trasformare gli avvocati italiani in collaborazionisti prezzolati, pagati dal governo per agevolare l'espulsione dei clandestini. Pagati, peraltro, assai poco: 685 euro per ogni straniero che accetta di tornare a casa.
Dietro le proteste, secondo il capogruppo Fdi al Senato Lucio Malan, ci sono "posizioni del tutto pretestuose e come sempre finalizzate all'immigrazione illegale indiscriminata di massa". In realtà, contro l'innovazione è sceso in campo con uno "stato di agitazione" anche il Consiglio nazionale forense, cioè il massimo organismo rappresentativo degli avvocati, e da più parti si annunciano eccezioni di incostituzionalità. Nel mirino c'è soprattutto l'articolo 3 bis che stabilisce che "al rappresentante legale munito di mandato, che ha fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito" viene riconosciuto un contributo economico a spese dello Stato solo "a esito della partenza dello straniero". Gli avvocati vengono pagati solo se il migrante lascia davvero l'Italia? Se fosse così sarebbe in effetti inquietante. "Ma quando si parla di rappresentante legale - spiega Eller - non si parla affatto di avvocati, per il semplice motivo che nella procedura di reimpatrio assistito non è prevista né necessaria la presenza di un avvocato. Ci si riferisce a quel mondo di centri di assistenza, di negozietti, di presunte onlus che da sempre vivono sulla raccolta di domande di reimpatrio, e che hanno tutto l'interesse a fare respingere la domanda, perché si fanno pagare a ogni tentativo. La nuova norma mette il contributo a carico dello Stato se l'istanza viene accolta, tutto qui".
E allora perché il Cnf si indigna? Sostiene che la sua sigla è stata inserita nell'emendamento senza motivo e senza consultarlo. "Come spesso accade - ribatte Eller - si commentano i provvedimenti senza averli letti. È vero che il Cnf viene citato nella norma ma in tutt'altro contesto che gli emolumenti sui reimpatri. Viene inserito, e dovrebbe esserne orgoglioso, insieme agli enti locali e associazioni attive nell'assistenza agli immigrati, tra gli organismi con cui il governo avrà l'obbligo di collaborare per attuare i programmi di rimpatrio volontario e assistito. Credo che nell'indicare le linee guida per i rimpatri, che dovranno tenere conto delle condizioni di vulnerabilità dei singoli candidati, il Cnf che si occupa istituzionalmente della tutela dei più deboli abbia autorevolezza maggiore di qualunque ong".
Nelle polemiche dopo il voto del Senato ha pesato probabilmente la commistione tra le diverse procedure di allontanamento degli stranieri dal territorio nazionale. La norma introdotta in realtà non tocca il ruolo del difensore nei procedimenti di espulsione coatta ("che - dice Eller - ormai a Milano sono ridotti a tre o quattro per turno") ma la fase del "reimpatrio volontario e assistito" in cui è lo straniero a scegliere di tornare in patria sulla base di un aiuto economico, che si svolge con il sostegno economico dell'Unione Europea e sotto il controllo della Iom, l'agenzia dell'Onu per le migrazioni.
Si tratta di richieste volontarie che, come prevede il decreto sicurezza, se vengono accolte bloccano sul nascere i provvedimenti di espulsione dello straniero già emessi dal prefetto: "La prefettura del luogo ove egli si trova ne dà comunicazione, senza ritardo, alla competente questura".