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L'agente killer in cella ora scrive e si scusa. "Ho sparato per paura"

Lettera di Cinturrino che chiede i domiciliari. "Sempre stato onesto, pagherò per gli errori"

Carmelo Cinturrino in ambulanza la sera dell'uccisione di Mansouri
Carmelo Cinturrino in ambulanza la sera dell'uccisione di Mansouri
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Prima le sigarette accese mentre un ragazzo rantolava nel fango con un buco in testa, ora i colleghi spediti via come pacchi poco graditi. Il commissariato Mecenate perde pezzi: i quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso aggravata nel caso dell'omicidio del 28enne Abderrahim Mansouri, conosciuto come "Zack" quelli che al secondo interrogatorio hanno scaricato Carmelo Cinturrino sono stati trasferiti ieri ad incarichi non operativi, lontani da via Mecenate, dal boschetto di Rogoredo e da qualsiasi divisa che anche lontanamente odori di azione. Non si esclude inoltre che con il tempo i quattro agenti verranno anche destituiti.

La decisione di trasferire i poliziotti l'ha presa ieri mattina il questore di Milano Bruno Megale, che esegue gli ordini del capo della Polizia Vittorio Pisani: ispezione totale al commissariato, controlli su silenzi, omissioni e possibili complicità. Perché lì dentro adesso pare che quasi tutti sapessero che Cinturrino era "Luca" per i pusher, "Thor" per il martello con cui picchiava i tossicodipendenti, addirittura ossessionato dall'uomo che ha ucciso, Mansouri ("va preso, è scappato troppe volte"). Quei quattro, però, mai una parola ai superiori. E al primo verbale hanno coperto la favola della legittima difesa ("pistola puntata"), mentre al secondo (19 febbraio) hanno fornito una nuova versione dei fatti: la Beretta giocattolo arrivata dopo 23 minuti dallo zaino in commissariato, la messinscena piazzata mentre il 28enne moriva dissanguato. Pisani non scherza: "Tradita la missione, tradita la Repubblica".

Cinturrino intanto resta in carcere a San Vittore dov'è guardato a vista nel timore che possa compiere un gesto estremo: il gip conferma il carcere per "volontà omicidiaria" lampante, pericolo che reiteri ("potrebbe uccidere di nuovo o minacciare testimoni") e zero collaborazione vera ("smentisco ogni infamità", ringhia lui chiamando infami i colleghi che lo hanno mollato).

E proprio ieri, dal carcere, consegnata al suo legale, l'avvocato Pietro Porciani, arriva la sua lettera (letta in anteprima al Tg4 a "Diario del Giorno", condotto da Sabrina Scampini): "Vorrei scusarmi con tutti per quello che è successo, credetemi, ho avuto paura. Paura che quel ragazzo mi colpisse, poi dopo aver sparato delle conseguenze del mio gesto. Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace anche per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto ma mi sentivo disperato. Mi scuso con i miei colleghi tutti, ma posso garantire che nella vita sono sempre stato onesto e servitore dello stato, come dimostrato dagli encomi e lodi ricevute negli anni, assenza di alcun tipo di sanzioni disciplinari e stima dei colleghi delle Volanti, del commissariato Mecenate e non solo. Perdonatemi, pagherò per il mio errore".

Le parole del poliziotto - che ricorrerà al Tribunale del Riesame per ottenere almeno i domiciliari - arrivano dopo giorni di silenzio, dopo la messinscena smascherata, dopo le accuse di estorsioni negate con forza. Scuse ai colleghi, alla divisa, allo Stato ma un silenzio assordante verso la famiglia Mansouri, che già lo accusa di "faccia tosta". "Se ha un briciolo di coscienza, confessi tutto il male che ha fatto in questi anni" hanno dichiarato i Mansouri

La Procura intanto non si ferma: escussioni, riscontri, prove vere sui pestaggi col martello e le richieste di pizzo: le

chiacchiere del sottobosco devono diventare fatti. La fiducia nelle forze dell'ordine non si ripara con silenzi, trasferimenti morbidi o lettere tardive. Si ripara con la verità, nuda, cruda e dolorosa. Soprattutto dolorosa.

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