Il lamento di Battisti: "In galera mi negano il quartino di vino"

L'ex terrorista protesta contro le condizioni di detenzione: "Stavo meglio al carcere duro"

Il lamento di Battisti: "In galera mi negano il quartino di vino"

«Negato il quarto di vino e birra a pasto». Scrive proprio così il detenuto Cesare Battisti per denunciare le intollerabili condizioni cui sarebbe sottoposto nel carcere di Parma. Consegnato all'Italia dopo una interminabile latitanza in Francia e in Brasile, gravato da una condanna all'ergastolo per due omicidi firmati dai Proletari armati per il Comunismo, Battisti non è sottoposto al 41 bis, il regime di carcere duro applicato invece all'anarchico Alfredo Cospito e ad alcuni irriducibili delle Brigate Rosse, e anzi si è visto «declassificare», ovvero togliere anche dal regime di Alta sicurezza. Ma non rinuncia a chiedere condizioni di vita più umane. Tra cui il diritto al «quartino», la dose giornaliera di vino che - sostiene Battisti - gli veniva garantito anche quando era rinchiuso nel circuito ad Alta sicurezza.

Il lungo elenco delle sue lamentele è affidato dall'ex terrorista a un manoscritto di tre pagine, datato 17 marzo e reso noto ieri dall'agenzia Agi. Dieci giorni prima, il 7 marzo, con un messaggio analogo Battisti aveva denunciato di essere stato sottoposto ad una violenta perquisizione, durante la quale era stato anche danneggiato il suo computer. Stavolta non dice di essere stato maltrattato ma accusa lo Stato italiano - incarnato dalla direzione del carcere emiliano - di una lunga serie di vessazioni. Tra le rivendicazioni più curiose di colui che fu un gelido sicario rivoluzionario, il diritto alla palestra e al «telecomando libero».

«Questa amministrazione penitenziaria o alcuni membri di essa direi che abbiano fatto di tutto per farmi rimpiangere l'Alta sicurezza (...) fin dal mio arrivo ci son state ostilità ingiustificate e atti di boicottaggio perfino nella ricarica delle scheda telefonica. Il clima restrittivo dove l'abuso è ormai di norma va ben oltre la persecuzione».

E via con l'elenco delle lagnanze: «È negato o ostacolato regolarmente il diritto a otto ore di colloquio mensili con i figli minori», scrive Battisti, «negato il diritto di chiamata telefonica libera e illimitata agli avvocati difensori». Le più indigeste sembrano essere le privazioni tecnologiche: «Negata la presa elettrica in cella per uso del computer», «negata la luce notturna per lettura o scrittura», «negate o estremamente difficoltate, fotocopie e stampanti», e perfino «negato uso completo del telecomando». Privazioni che sono del tutto normali nella stragrande maggioranza delle prigioni italiane, secondo Battisti sono il segno di «ostilità ingiustificate» nei suoi confronti.

E non è tutto: «Negato il campo sportivo», «negato un passeggio degno di questo nome: insalubre, privo di sole, muschio e ghiaia sciolta, dimensioni ridicole». Oltre al diritto al quartino, Battisti rivendica anche il diritto alla fitness, cui nel carcere di Parma pare non possa dedicarsi con mezzi sufficienti: «Negata una palestra decente, spazio ridotto a quello di due celle, sguarnita e solo una volta alla settimana». Altrettanto difficile dedicarsi alla salute dello spirito: «Negato accesso e permanenza in biblioteca, stessa indegna di questo nome», «negata sala hobby».

Alcune lamentele, se motivate, sono più legittime: «Negata l'intimità perfino in bagno durante i bisogni», «negata l'area verde per i colloqui con i figli minori».

Ma a colpire in generale è il tono querulo della lettera, come se l'autore non avesse commesso delitti terribili e non si fosse fatto beffe dello Stato evadendo e restando latitante per decenni, coccolato da intellettuali gauchistes di diversi paesi. Alla fine, lo Stato italiano è riuscito ad acciuffarlo. E ora Battisti si aspetta di venire coccolato, e che gli venga garantita anche la possibilità di abbronzarsi durante l'ora d'aria.

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