L'Italia studia come agire da sola

Due condizioni dirette all'Europa, altrimenti scatta il piano B

L'Italia studia come agire da sola

Il superamento del devastante accordo di Dublino rimane una lontana chimera e il Patto sull'asilo e immigrazione è un mezzo bidone per il nostro paese. Il governo Meloni punta, almeno in parte, all'Action plan sul Mediterraneo centrale di 20 punti annunciato dalla Commissione Ue in novembre, ma se Bruxelles continuasse a partorire topolini, a fare melina o strizzare l'occhio alle Ong, l'Italia farà da sola. «Altro che ritirare il decreto sulle Ong. Al contrario va rafforzato perché non si tratta solo dei 12mila migranti sbarcati da noi, ma dell'effetto calamita - dichiara al Giornale, il sottosegretario all'Interno, Nicola Molteni - E se la Ue non porterà avanti l'Action plan faremo da soli come la Spagna col Marocco». Il 9-10 febbraio si terrà un vertice europeo che si occuperà di immigrazione e il governo punta ad ottenere risultati concreti, nonostante il pessimismo degli svedesi che hanno la presidenza per i prossimi sei mesi.

L'Action plan annunciato proprio dal Commissario svedese agli Affari interni, Ylva Johansson, il 25 novembre scorso, si appoggia su tre pilastri, almeno due irrinunciabili per il governo Meloni. Il primo riguardante «la collaborazione con i Paesi partner e le organizzazioni internazionali» prevede che la Ue rafforzi «le capacità di Tunisia, Egitto e Libia per garantire una migliore gestione delle frontiere e della migrazione». Sia la premier, Giorgia Meloni, che il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, sono risusciti ad aprire delle porte in Europa, ma se non salterà fuori nulla di concreto e immediato bisognerà arrangiarsi da soli. «Con 105mila sbarchi in un anno e quasi 2.500 nei primi cinque giorni di gennaio è inevitabile per invertire l'ondata - spiega il leghista Molteni - Se non lo fa la Ue sarà l'Italia a dover stringere accordi con Tunisia, Libia e Turchia per fermare i flussi in aumento (oltre il 55% in più rispetto al 2021, nda)».

Non sarà facile trovare i soldi e convincere gli interlocutori stranieri. Una delle ipotesi allo studio, con l'appoggio delle agenzie dell'Onu, è creare dei veri hotspot in paesi come la Tunisia, da dove sono partiti 30mila migranti nel 2022. Così da selezionare chi ha diritto ad entrare regolarmente in Italia e rimpatriare gli altri.

Il secondo pilastro dell'Action plan europeo, che ci sta a cuore, è «l'approccio più coordinato alla ricerca e al salvataggio» in mare. L'obiettivo di Roma è un codice di condotta europeo per le Ong, che continuano a farla da padroni appellandosi alla Ue per affossare il decreto italiano appena entrato in vigore. Bruxelles dovrebbe promuovere «in seno all'Organizzazione marittima internazionale» un confronto «sulla necessità di un quadro specifico e di linee guida per le navi», si legge sul sito del governo italiano, che riguardi le Ong. Alcuni paesi, come la Germania e in parte la Francia, fanno orecchie da mercante, sul codice di condotta alle Organizzazioni non governative. «Se non accadrà nulla - osserva il sottosegretario Molteni - rafforzeremo il decreto Ong, altro che ritirarlo, e sarà necessario mettere mano anche ad altri aspetti della politica migratoria».

Il terzo pilastro, dell'Action plan, punta a «rafforzare l'attuazione del Meccanismo volontario di solidarietà e della Tabella di marcia congiunta», ma fa acqua da tutte la parti.

La dichiarazione di solidarietà europea concordata il 22 giugno prevede un meccanismo volontario e temporaneo per un anno, di distribuzione dei migranti che arrivano via mare o divisone dei costi. Non va bene per l'Italia, che rimane sempre con il cerino in mano e oltre 100mila migranti sul groppone.

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