L'ostruzionismo dell'Idf allo stremo e i rischi per i rapiti. Ma Bibi tira dritto

L'operazione per l'ultimo 25% di Gaza è piena di insidie per i civili e gli ostaggi

L'ostruzionismo dell'Idf allo stremo e i rischi per i rapiti. Ma Bibi tira dritto
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S'è imposto di vincere la guerra ad Hamas. E l'ha ripetuto anche ieri. "È necessario - ha detto il premier Benjamin Netanyahu in visita alla base di Tel HaShomer - completare la sconfitta del nemico a Gaza, liberare tutti i nostri ostaggi e garantire che la Striscia non rappresenti più una minaccia per Israele. Non rinunciamo a nessuno di questi obiettivi". Ma dietro a quelle parole si combatte una guerra che va ben oltre a quella con Hamas. Una guerra che lo contrappone al proprio passato, ai propri generali e alle famiglie degli ostaggi. Nel luglio '76 Yonatan, il fratello maggiore di Bibi, valoroso ufficiale delle "forze speciali", si sacrificò per riportare a casa i 102 ostaggi tenuti prigionieri nell'aeroporto di Entebbe da un commando di terroristi del Fplp.

Oggi la memoria di quel sacrificio stride con la pretesa di conquistare quel 25% della Striscia intorno alle rovine di Gaza City sotto il controllo di Hamas. Un'operazione che come ricorda il capo di stato maggiore Eyal Zamir rischia di concludersi con l'ennesima strage di civili palestinesi e la morte degli ostaggi. Un epilogo che molti israeliani si chiedono come il premier, provato in gioventù dal sacrificio di Yonatan, possa considerare. Un epilogo che fa inorridire i familiari dei rapiti. "Metterebbe in pericolo mio figlio, si tratterebbe di un'azione terribile e omicida" per il padre dell'ostaggio Nimrod Cohen. Parole con cui concorda il capo di stato maggiore che da giorni fa capire di non essere disposto ad assumersi la responsabilità di un'operazione che costerà non solo le vite di tanti civili e di troppi suoi soldati ma anche quelle degli ultimi ostaggi.

L'operazione prevede l'assalto a un distesa di rovine e tunnel dove l'esercito non mette piede da oltre un anno. Un ultimo infernale baluardo dove i soldati dovranno vedersela con la determinazione di un gruppo terrorista pronta a farsi scudo col milione di civili accampati e a sacrificare una dopo l'altra le vite degli ostaggi. Per evitare questa discesa negli abissi il generale Zamir sta usando tutti i mezzi a sua disposizione. Il primo è la cancellazione della misura di emergenza che prevede un prolungamento di quattro mesi della leva obbligatoria. Ogni battaglione rinuncerà a una compagnia, quindi a un quarto dei suoi effettivi. Il risultato è un esercito ridotto nei ranghi e inadeguato ad affrontare una campagna che richiederebbe il richiamo di decine di migliaia di riservisti.

Non a caso le mosse di Zamir hanno innescato le reazioni degli esponenti di governo più oltranzisti. Il ministro Itamar Ben-Gvir è il primo a ipotizzare le dimissioni del generale se non "rispetterà pienamente le direttive". Ma l'affondo più duro arriva dal figlio del premier. Yair, destreggiandosi come sempre sui social, suo unico e preferito campo di battaglia, accusa Zamir di guidare una "rivolta e un tentativo di colpo di Stato". Ma dietro quella "rivolta" c'è una considerazione che evidentemente sfugge a chi come Yair non ha mai visto gli orrori della guerra e le sue conseguenze sulla psiche dei soldati. Zamir, con cui concordano non a caso il direttore del Mossad David Barnea e i vertici dello Shin Bet, è consapevole di guidare un esercito spossato psicologicamente e moralmente. Un esercito dove lo "stress post traumatico" fa a pezzi le vite di reduci e riservisti e minaccia il loro futuro. Una tragedia messa all'ordine del giorno dalla sottocommissione della Knesset per le risorse umane dell'esercito, chiamata proprio ieri a discutere le misure per prevenire i suicidi tra i militari. Il generale Amir Vadmaniv, capo di stato maggiore del personale, ha riferito che dall'inizio del 2025 si sono tolti la vita 16 soldati, rispetto a 21 nel 2024, 17 nel 2023 e 14 nel 2022.

"I dati non indicano un'ondata - ha detto il generale - ma si tratta comunque di una tragedia che non dovrebbe mai accadere". Anche perché come ha dimostrato la guerra del Vietnam la dimensione reale dello stress post traumatico diventa evidente solo un decennio dopo la fine del conflitto.

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