C'è una fotografia che racconta tutto. Memphis, 4 aprile 1968, balconata del Lorraine Motel. Martin Luther King è appena caduto. Gli uomini intorno a lui indicano nella direzione dello sparo. Uno solo si china sul corpo. Si chiama Jesse Jackson e ha ventisei anni: da quel momento porterà addosso il sangue di King come una vocazione e come una condanna. È morto ieri a Chicago, a ottantaquattro anni, circondato dalla famiglia, dopo una lunga discesa nel silenzio. La paralisi sopranucleare progressiva gli aveva tolto prima la voce, poi il gesto, infine lo sguardo. L'ultima apparizione pubblica risale alla convention democratica del 2024: seduto, muto, mentre sullo schermo scorrevano le immagini della sua vita. L'uomo che aveva fatto della parola un'arma si congedava senza pronunciarne una.
La storia di Jackson è la storia di una voce. Se King era il profeta, Jackson fu il predicatore quello che restava sul sagrato dopo che il profeta era salito in cielo, a tenere insieme la folla, a trasformare il lutto in movimento. Non aveva la purezza di King, né la sua teologia raffinata. Aveva qualcosa di più terreno e, se vogliamo, di più americano: l'istinto del palcoscenico, il fiuto per il potere, la capacità di stare dentro il sistema.
Nato Jesse Louis Burns a Greenville, South Carolina, figlio di una ragazza madre nel cuore del Jim Crow, adottato dal patrigno Charles Jackson, crebbe con la fame addosso e la segregazione negli occhi. Era un atleta abbastanza bravo da ottenere una borsa di studio per il football all'Università dell'Illinois ma lasciò tutto quando capì che il campo da gioco non sarebbe stato il suo campo di battaglia. Si trasferì a Chicago, entrò in seminario, fu ordinato ministro battista nel 1968. Lo stesso anno in cui King morì. Da lì cominciò la sua marcia. Non quella di Selma, che aveva già fatto da studente al fianco di King. Una marcia diversa, più lunga, meno poetica, più politica. Nel 1971 fondò Operation Push, con cui organizzò boicottaggi economici contro le grandi aziende che discriminavano i neri. Non chiedeva compassione. Chiedeva posti nei consigli di amministrazione, contratti, assunzioni, quote di mercato. Capì prima di molti che la questione razziale in America era, alla radice, una questione di soldi. La dignità, senza conto in banca, restava una parola vuota. Trova, come King, la radice della lotta alla schiavitù nella Bibbia. I neri sono figli di Mosè. Se Martin diceva che il "diritto alla sicurezza per Israele è incontestabile", Jesse sperava il riconoscimento reciproco dei due Stati. Tutti e due combattevano contro l'antisemitismo.
La svolta per il reverendo arrivò negli anni Ottanta, quando fece ciò che nessun afroamericano aveva mai fatto: candidarsi alla presidenza con la possibilità reale di vincere. Nel 1984 e nel 1988 corse per la nomination democratica alla testa di quella che chiamò Rainbow Coalition una coalizione di poveri, lavoratori, minoranze, il popolo dei margini trasformato in soggetto politico. Non vinse, ma cambiò il Partito Democratico per sempre, costringendolo a fare spazio a voci che prima restavano fuori dalla porta. Senza Jackson non ci sarebbe stato Obama. Lo disse Obama stesso. I due però non si sono mai davvero amati. Nell'estate del 2008, durante un'intervista con la rete televisiva Fox, pensando che il microfono fosse spento gli rivolse parole scandalose: "Voglio tagliargli le palle, sta rendendo un cattivo servizio ai neri".
Negli ultimi decenni aveva continuato a negoziare la liberazione di ostaggi in mezzo mondo, a marciare per George Floyd, a puntare il dito contro le corporation, a recitare il suo mantra: "Keep hope alive".
La speranza come pratica quotidiana. Adesso la voce tace. L'ultimo predicatore dell'America dei diritti civili se n'è andato in una mattina d'inverno, nella città che lo adottò mezzo secolo fa: Chicago, la città dove il potere si cerca e non si serve.