Fuori è una piccola slavina, dentro uno smottamento sottotraccia. Anche perché ci si poteva sicuramente aspettare una fronda riformista nel Pd, mentre era più difficile prevedere il sommovimento nel mondo ex e post-grillino sulla riforma della giustizia.
Dieci piccoli indiani. Di cui il deputato Roberto Traversi è soltanto l'ultimo caso. C'è Danilo Toninelli, che ricorda come il sorteggio del Csm è un meccanismo che esisteva nei programmi pentastellati. Ci sono molti ex abitanti del pianeta grillista, come un ex capogruppo alla Camera che risponde al nome di Francesco D'Uva. E fanno rumore i silenzi. Quello di Beppe Grillo, evidenziato mercoledì dal Giornale. Quello di Luigi Di Maio. E pure Davide Casaleggio ha preferito tenersi lontano dal dibattito, non esprimendo preferenze. Non per il Sì, ma nemmeno a favore del No.
Dunque si parte da Traversi. Il parlamentare affida il suo outing al Corriere della Sera. Parla di una "scelta di coscienza" e descrive la riforma oggetto del referendum come un testo che "anzitutto spezza la logica delle correnti". Poi arriva al punto e spiega che il M5s voleva il sorteggio al Csm. Per loro, insomma, è una riedizione della logica grillina dell'uno vale uno. Proprio lo stesso principio che fa dubitare del No un volto storico del M5s come Toninelli. "Tecnicamente vorrei votare Sì, politicamente No, decido prima di andare al seggio", dice a Un Giorno da Pecora l'ex ministro, appena sostituito da un voto degli iscritti e da Conte nel collegio dei probiviri. Tra gli ex, è di martedì l'endorsement di D'Uva, capogruppo alla Camera nella scorsa legislatura. "Chi ha buona memoria si ricorderà che nella scorsa legislatura noi avevamo proposto il sorteggio per il semplice fatto che era scoppiato il caso Palamara", racconta l'attuale responsabile legalità del think tank conservatore Nazione Futura. "Io seguo il professor Ceccanti", dice al Giornale l'ex deputato Sergio Battelli, già vicinissimo a Di Maio.
Ecco, l'ex ministro degli Esteri con Grillo e Casaleggio è tra quelli che restano in silenzio. Difficile immaginare una dichiarazione pubblica del rappresentante Ue nel Golfo Persico. Ma c'è chi fa notare come sia stato proprio Di Maio, nel 2021, a imprimere quella che fu definita "svolta garantista" nel M5s.
Lo fece con le scuse all'ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, prima ghigliottinato mediaticamente e poi assolto. "Non sarebbe strano se Luigi votasse Sì", si avventura qualche pentastellato. Quel che è certo è il silenzio. Come quello di Casaleggio junior. Non Sì e neppure No. Mentre il fronte dei favorevoli alla riforma può contare su Pietro Dettori, ex spin doctor di Grillo, al lavoro come responsabile della campagna social del Sì.
"Traversi sa che Conte non lo ricandiderà", insinuano nei gruppi parlamentari del M5s. E, forse, è anche a causa dei tanti eletti in bilico al prossimo giro che la campagna pentastellata per il No, sui territori, non è stata capillare.