Il magnate anti-italiani a processo per omicidio

Schmidheiny alla sbarra per la morte (dolosa) di 392 persone avvelenate dall'amianto

È una frase terrificante («Dentro di me provo odio per gli italiani») quella pronunciata dall'ultimo patron di Eternit, Stephan Schmidheiny, in un'intervista rilasciata a un quotidiano svizzero. Parole che ricordano l'anatema («Io odio la vostra nazione») urlato in faccia al giudice nel film cult di Alan Parker del '78, Fuga di mezzanotte, dal protagonista Billy Hayes processato per traffico di droga. Anche Schmidheiny dovrà sostenere un processo. Ma sarà un processo vero. Ieri il gup di Vercelli lo ha rinviato a giudizio per omicidio volontario. Il magnate elvetico è accusato della morte dolosa di 392 persone avvelenate dall'amianto lavorato nello stabilimento di Casale Monferrato (Alessandria). Le parole di Schmidheiny sono di una gravità enorme e basterebbero, da sole, per qualificare il personaggio. Un uomo che, al quotidiano svizzero Nzz am Sonntag, ha avuto la sfacciataggine di dire: «Quando oggi penso all'Italia provo solo compassione per tutte le persone che sono costrette a vivere in questo Stato fallito. Non ho intenzione di vedere una prigione italiana dall'interno. Sono stato l'unico a soffrire. Alla fine il mio comportamento sarà giudicato correttamente e un giorno verrò assolto». Inoltre, ha ammesso di non riuscire a reggere il «carico emotivo» della lunga serie di processi a suo carico, e che si è dovuto occupare della sua «igiene mentale per poter resistere». Il processo Eternit è stato spacchettato in quattro filoni, spettanti a quattro procure diverse, dopo che il gup di Torino aveva derubricato il reato di omicidio da doloso a colposo. A Torino è rimasto lo spezzone per due morti di Cavagnolo (qui Schmidheiny è già stato condannato a 4 anni ndr), a Napoli è andato quello per otto morti di Bagnoli, a Reggio Emilia per alcuni morti di Rubiera e a Vercelli per 392 vittime casalesi. In quest'ultima sede ieri il pm ha chiesto - e ottenuto - il rinvio a processo per omicidio volontario. Durante il suo intervento il pubblico ministero ha sottolineato come «Stephan Schmidheiny, ancora oggi, dimostra nessuna pietà verso le persone che sono morte a causa dell'amianto. La sua è stata una tortura d'impresa». I difensori del magnate svizzero avevano presentato istanza di proscioglimento, aggiungendo: «Le frasi attribuite a Schmidheiny sono frutto di una traduzione sbagliata dal tedesco». Se ne riparlerà al processo. In nome della giustizia. E non dell'odio. Prima udienza il 27 novembre in Corte d'Assise a Novara.

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