La domanda sorge spontanea: perché a sinistra il ministero dei Beni Culturali è stato un trampolino di lancio per carriere politiche di primo piano - vedi Veltroni, Rutelli, Franceschini - mentre a destra è diventato, secondo Elisabetta Gardini, "una vera maledizione"?
E ancora: perché il dicastero che cura la politica culturale del Paese era guidato nei governi progressisti da personalità che avevano un grande peso politico (Veltroni vice-premier, Rutelli leader della Margherita e Franceschini capo delegazione del Pd), mentre nell'attuale governo da personaggi politicamente non centrali? Il calvario nell'ultimo anno del ministero ospitato dal Collegio Romano dimostra che si tratta di interrogativi tutt'altro che peregrini. E la risposta appare subito evidente: in quel ruolo la sinistra ha sempre messo un personaggio "totus politicus", mentre la destra tecnici o presunti tali.
La differenza non è banale. "Veltroni e Franceschini erano politici - osserva con un sospiro De Corato che ha alle spalle una lunga carriera a destra - che sapevano rapportarsi con la burocrazia ministeriale". "Faccio un esempio - rincara il forzista Pittalis -: Franceschini da ministro è riuscito ad assicurare le risorse più cospicue del Pnrr ai Beni Culturali. I cosiddetti tecnici che abbiamo messo noi invece, si sono dimostrati frane, dilettanti allo sbaraglio". "I Beni culturali - osserva sull'altro versante l'ex-ministro del Pd Delrio - non sono un regno della sinistra ma noi abbiamo messo lì personaggi con una maggiore sensibilità politica. Loro, invece, giornalisti. In quei ruoli non basta il background culturale, il politico ha un maggiore equilibrio".
Ora nessuno nega che sui Beni culturali la sinistra eserciti una sorta di egemonia che difende con le unghie e con i denti. "La sinistra - spiega Giovanni Donzelli, uno dei consiglieri più ascoltati dalla premier - appicca incendi su ogni minima questione. Non penso che un ministro non possa cambiare una segretaria. Amplificano ogni cosa perché è un ministero che considerano loro".
Detto questo, però, se si coniugano i guai del governo in quel ministero con le qualità, i limiti e le attitudini che differenziano i profili politici da quelli tecnici si capiscono tante cose. Un ministro, ad esempio, con un suo peso politico non si sarebbe mai fatto imporre il capo della segretaria tecnica e la segretaria da altri si chiamino - come sussurrano tra i fratelli - Arianna Meloni o Fazzolari. Né tantomeno si sarebbe trovato ad affrontare pubblicamente una questione messa in piazza da altri quando ancora non aveva firmato i licenziamenti. Né si sarebbe fatto trascinare in un duello sotto i riflettori - per cambiare argomento - con il presidente della Biennale sul padiglione russo.
Si chiama "peso politico". Quando non ne hai devi minacciare per farti rispettare ogni piè sospinto le dimissioni che alla fine rischiano di diventare rituali. Se poi aggiungi quella buona dose di "narcisismo" che connota alcuni personaggi che animano la politica culturale nella destra di governo diventa ancora più arduo.
Saranno pure amici ma immaginate quanto possa essere complicato e faticoso il rapporto tra il ministro e un presidente della Biennale che - per usare le parole del presidente della Commissione Cultura, Mollicone - "si crede il nuovo D'Annunzio". Con Buttafuoco che informa la Meloni e non Giuli del padiglione russo alla biennale. Con il ministro che, tra imbarazzi e scioperi aerei, diserta oggi la riunione a Bruxelles dei colleghi europei anche per non farsi processare, incolpevole, per la decisione di Buttafuoco.
Con Mollicone che corre alla Biennale per inaugurare il padiglione dell'Ucraina e dei suoi paesi alleati e non quello russo: "Un vuoto che doveva colmare il ministro". Il tutto per un padiglione come quello del governo di Mosca che somiglia ad un dj-set "ricoperto dai fiori secchi - descrizione di Mollicone - che si usano nei cimiteri al punto che gli ucraini lo hanno ribattezzato: morte a Venezia".
Se questa è l'aria si capisce perché ieri la Meloni si sia trovata di fronte un ministro che si è presentato con la frase: "Non ce la faccio più!". E visto che si parlava di segretarie e capi segreteria gli avrebbe fatto questo discorso: dammi i nomi di cui ti fidi ma finiamola qui.