È stato un grande calciatore. Ha giocato in serie A nella Lazio e nel Bologna, ma anche nella Samp e nel Foggia. Ha subìto una persecuzione giudiziaria. Recentemente ha partecipato a Manfredonia a una manifestazione di Forza Italia per il Sì al referendum. Gli cito il titolo di un suo libro: "Perde solo chi si arrende". Lei non si è mai arreso?, gli chiedo. Risponde senza neanche pensarci. "No, mai e alla fine ho vinto. Perché l'assoluzione per me è stata una grande vittoria. Anzi è stato il più bel gol che ho fatto in carriera. È stato difficile, molto difficile, doloroso, non ti credere, ho dovuto affrontare da solo le varie procure. Sono stato l'unico dei 134 indagati a rinunciare alla prescrizione. Non mi sono mai arreso. No: sapevo di essere innocente. Lo dovevo a me e ai miei figli. Quando sei papà i figli ti vedono sempre come quello perfetto, che non sbaglia, sei il papà. E poi all'improvviso prendono una mazzata. Mi sono sentito in debito con loro perché gli ho fatto vivere quell'inferno".
Si chiama Beppe Signori (foto). Lo conoscete. Oggi ha 58 anni. È stato uno dei più grandi attaccanti italiani del dopoguerra. Ha reso grande la Lazio, ha brillato in Nazionale. È stato vicecampione del mondo in Usa'94. A Roma era un idolo. Poi un giorno la magistratura ha deciso che lui era il capo di un giro mastodontico di calcioscommesse. Arrestato. Immagine annientata. L'inchiesta è durata dieci anni e l'ha massacrato. Infine quelle quattro parole: "Il fatto non sussiste". Ora ne parla con rabbia di questa vicenda, ma anche con serenità. La cosa che gli ha bruciato di più è stata l'onda di calunnie ascoltata dai figli.
"La più grande aveva 16 anni - mi dice -. Poi a scendere 12 e 10, gli ultimi due sono nati durante l'inchiesta. Ho detto loro: alla fine papà non si arrenderà e sarete fieri di lui. Di Beppe, sarete fieri, che è vostro padre, non del giocatore di calcio".
Gli chiedo di raccontarmelo quel giorno. Era il primo giugno del 2011. "Stavo a Roma, in partenza per Bologna, dove vivevo. Ricevo una telefonata da un carabiniere che mi chiede dove sono. Dico che sto andando alla stazione Termini e parto per Bologna. Quello mi avverte che alla stazione sarei stato ricevuto da due agenti in borghese. Io ero tranquillo. Non sapevo che intanto a Bologna stavano perquisendo la mia futura moglie. Alla stazione trovo due ragazzi, molto gentili. Mi dicono: "Deve venire con noi che andiamo in questura a Bologna". Mi spiegano che la cosa riguarda certe società. Io ho pensato che mio padre avesse fatto qualche casino. Però ero sereno. Mi metto a leggere e improvvisamente ricevo la telefonata di mia sorella che piangendo mi chiede: In che carcere sei?. Cado dalle nuvole. Lei mi spiega che tutti i giornali dicono che mi hanno arrestato per il calcio scommesse".
Pazzesco: Signori non è stato ancora avvertito ma sono stati informati i giornalisti. È così?, gli chiedo.
"Si. Qualcuno alla procura di Cremona si era venduto la notizia. Scopro che mi accusavano di essere andato in giro a comprare dei giocatori per perdere le partite e poi farci sopra la scommessa. Roba da pazzi. Incredibile. Era impensabile che io potessi fare una cosa del genere". Signori è davvero indignato, mentre parla. Non sa spiegarsi perché lo hanno messo in mezzo. Anzi, una spiegazione ce l'ha. "Ero un bel nome e non ero tesserato per nessuna società. Quello che serviva a loro. Serviva a dare lustro ad una inchiesta che altrimenti sarebbe rimasta nelle pagine interne dei giornali. Tutto girava attorno a una partita venduta. Poi i colpevoli veri hanno ammesso di averla comprata loro. Ma contro di me non c'era niente. Pensi: 80mila intercettazioni e io non compaio in nessuna. Non c'era nessuna ragione per indagarmi. Ero la vittima designata. Nel momento più delicato della mia carriera dopo il campo. Avevo preso il patentino da allenatore. Non ho potuto nemmeno iniziare quella professione. E guardi che di calcio un po' ne capisco, eh.
Cosa le ha detto il Pm quando l'ha interrogata? "Non mi ha mai interrogato. Ho chiesto tante volte di essere interrogato. Risposta: no. Ho fatto solo l'interrogatorio di garanzia col Gip, e c'era pure il Pm che a un certo punto ha detto: io me ne vado, tanto questo non dice niente di interessante".
Poi però è arrivata l'assoluzione. E, immagino, le scuse.
"No. Nessuna scusa. Ero innocente e non gli interessavo più. Pensi che il Pm ha lasciato a metà l'inchiesta, la sua grande inchiesta, e se ne è andato in prepensionamento! Nel 2015 hanno chiesto al mio avvocato di patteggiare. Gli hanno detto: Abbiamo prove schiaccianti, gli conviene. Il mio avvocato ha risposto: Se avete l'ascia in mano, affondate il colpo. Si va al processo, non c'è niente da patteggiare per un innocente".
Faccio notare a Signori che lui non è l'unico ad aver subito ingiustizie "No - mi risponde - io capisco quelli che fanno gesti estremi. Ti annientano. Io non sono uscito di casa per mesi. E quando sono uscito mi sembrava che la gente mi guardasse male. Una gogna sui giornali. Gli striscioni negli stadi. Non potevo accendere la Tv. Poi quando mi hanno assolto sui giornali è uscito un trafiletto...".
Gli chiedo se è stato sfortunato. "Nel 2011 sono stato sfortunato - mi risponde - perché mi chiamo Beppe Signori. Nel 2021 invece ho avuto la fortuna di chiamarmi Beppe Signori, ho potuto scrivere un libro, si è fatto un docufilm e ho gridato la mia innocenza. Ma il cittadino comune cosa può fare? Quello che magari non ha i soldi per difendersi e deve patteggiare da innocente?"
Ultima domanda: Lei si fida della magistratura?
Ride. Mi dice che l'intervista è finita.