Tutto ricomincia da dove era cominciato, da Milano, dove pure aveva fallito: ricomincia da un'illusoria rivoluzione giudiziaria che non fu neppure una vera rivoluzione, a pensarci, tanto meno sostenuta da un popolo che alle rivoluzioni ha sempre preferito le sommosse o le guerre civili (dalla Resistenza a Mani pulite) laddove il rito barbarico del capro espiatorio ha permesso ricuciture rapide e autoassoluzioni di massa, oltre ai trasformismi per cui gli italiani sono noti; tutte premesse affinché la rimozione fosse celere e si potesse ricominciare vestiti di nuovo, ma di un tessuto bianco, pulito e inservibile come un cencio slavato dal detersivo rivoluzionario.
Milano, Italia.
Ci si illuse che un Paese potesse cambiare per via giudiziaria, e la magistratura, in quegli anni, giunse ad avere il 97 per cento dei consensi: da allora i consensi li ha perduti, ma ha mantenuto il potere, uno smisurato potere, un sistema di potere, un peso senza contrappeso, una zavorra per lo Stato di diritto e nondimeno per l'economia, per la politica, per una giustizia che sia giusta: perlomeno entro i limiti dell'umano.
Quel 97 per cento che a suo tempo si illuse, e che vanamente inseguì il vento di un cambiamento, ieri, era a Milano, ancora a Milano, da dove tutto sempre ricomincia: ed era lo stesso popolo, questa volta calmo e serafico, che ha continuato a vivere in Italia per tutti questi anni, e che, frattanto, ha visto, ha valutato, ci ha pensato, ha giudicato quella stessa corporazione che nel triennio di Mani pulite camminava sulle acque del lago di Tiberiade. L'ha vista giocarsi tutto il credito che aveva, e perderlo, l'ha guardata discendere lungo un piano inclinato che dal 97 per cento della fiducia l'ha vista inesorabilmente scendere nei bassifondi della popolarità: senza pagare pegno, senza risponderne, senza perdere potere. E ora dice, questa gente: basta.
È da più di trent'anni che la magistratura deborda e mantiene un ruolo più sacrale che indipendente: ci si è accorti, già da un pezzo, che le varie Mani pulite dello Stivale erano state solo un pezzo di prima Repubblica scappato di mano, uno strumento anche politico, di parte, qualcosa che gli italiani decisero di fermare quando fu chiaro che non era possibile processare un sistema mentre era ancora vivo: non si poteva fare un'eterna autopsia su un corpo che ancora respirava. Fu chiaro a tutti che nessun sistema può processarsi senza operare un discrimine tra vincitori e vinti, e senza che il potere di chi giudica, alla fine, rimanga l'unico su Piazza.
Questo potere oggi è la magistratura, mai riformata dal Dopoguerra. C'è una Milano (e un'Italia) che dopo trent'anni di appelli e di contrappelli ha emesso la sua condanna in giudicato, e che ha deciso che un Paese normale deve ristrutturare la propria giustizia dalle fondamenta: separando seriamente le carriere di chi accusa e di chi giudica, chiedendo conto dei propri errori a chi li commette, tagliando le gambe a chi voglia indossare una toga per fare politica anziché giustizia, mettendo un freno a una casta autoreferenziale e al suo intromettersi e condizionare ogni cosa senza mai pagar mai dazio.
Era, quella di Milano, come detto, una folla tranquilla: e sarà stata la distrazione, ma noi non li abbiamo visti di indagati, imputati, delinquenti, grandi criminali, mafiosi o massoni. Era tutta gente pacifica, certo armata, sì, ma solo di una matita e di un referendum.