La battaglia per l'egemonia non si vince così. Trasformare sistematicamente la cultura in terreno di scontro politico produce l'effetto opposto a quello desiderato: indebolisce le istituzioni, incrina i rapporti e rischia di conferire alla destra l'immagine di chi vuole imporre una linea dall'alto piuttosto che costruire consenso dal basso. Il caso della Biennale è emblematico: questioni come la partecipazione della Russia andavano gestite in silenzio istituzionale, non amplificate in polemiche che danneggiano le istituzioni stesse. Se la destra aspira a una presenza culturale duratura, deve compiere due passi che finora ha trascurato. Il primo è fare squadra: la frammentazione (politica) interna ha penalizzato la coerenza d'azione. Il secondo, decisivo e difficile, è allargare la cerchia: chiamare a dirigere istituzioni culturali persone competenti e non affiliate, accettando che producano risultati non sempre allineati. Un pluralismo amplia il perimetro culturale della destra e costruisce, alla lunga, il consenso. La sinistra ha compreso da tempo una lezione che parte del mondo conservatore stenta ancora ad assimilare: il consenso di lungo periodo si costruisce con la cultura. Il centrodestra degli anni Novanta aveva intuito qualcosa di questo problema. Quella stagione non è stata capitalizzata. Il riferimento a Gramsci è inevitabile, ma va letto con precisione. La sua teoria dell'egemonia culturale significava trasformazione della coscienza collettiva, non occupazione di poltrone, e indicava un percorso di lungo respiro.
Gli epigoni hanno tradito il maestro, riducendo l'egemonia a mera permanenza nei posti di potere culturale. La destra non deve ripetere quell'errore speculare, né inseguire una propria versione della stessa logica. Deve armonizzare anime diverse, in nome della libertà.