Quando arrivasti in quella valle così diversa dalla tua, per raccontare storie, per affetto e complicità, perché in fondo, anche se sembravi sempre di fretta, ti piaceva quell'idea, guardavi le montagne un po' spaesato, smarrito davanti a tutta quella gente che ti ascoltava attonita, senza capire proprio tutto, ma comunque affascinata dai discorsi sulle particelle elementari e su Dio, l'universo e tutto il resto.
Antonino Zichichi non ha mai smesso di cercare l'infinito. Lo cercava pur sapendo benissimo che qui e ora non esiste. O meglio: che è un'invenzione dell'intelletto umano, un sogno necessario, una forma di resistenza, perché tutto nell'universo ha una misura e quindi una fine. Tutto è destinato a fermarsi. Tutto si spegne. Il mistero, semmai, è un altro: vedere in questo spazio immenso e finito il segno incommensurabile di Dio. Tu ci credevi.
Zichichi è morto a 96 anni, e fa un certo effetto scriverlo, perché sembrava nato per contraddire la biologia, per vivere in una dimensione parallela, come se il tempo fosse solo un dettaglio secondario, una variabile mal posta. Era un fisico, certo, uno dei più celebri, ma era soprattutto una presenza. Il professore aveva questa capacità rara: trasformare la scienza in racconto. Non in divulgazione, che è un'altra cosa, ma in avventura. Ti parlava dell'universo come un esploratore parla di una terra sconosciuta.
Ogni tanto ti trascinava nei suoi territori con la naturalezza di chi parla del pane. "Immagina qualsiasi azione che tu possa fare", diceva. La più grande. La più assurda. Tipo spostare il più lontano possibile tutte le costellazioni dell'universo. Fatto? Bene. Poi arrivava la sentenza: energia moltiplicata per il tempo. Il massimo è 10 alla centoventiquattresima. Di più non si può. È un limite. Stop. Finito. Rassegnati.
Tu dovevi ricordarti di non cadere in quei tranelli, perché con lui ti perdevi. Ti ci perdevi davvero, dentro i labirinti delle dimensioni accartocciate al livello più remoto della realtà, dove l'ultrapiccolo genera mondi. Dentro un protone c'è un universo.
Era come avere un nonno che ti apre porte sconosciute, solo che lui l'idea del nonno la detestava. Il tempo lo contava a modo suo. I compleanni lo infastidivano. I novant'anni, i novantasei, erano solo un accidente statistico. Si sentiva diciannovenne. Sembrava uscito da una favola moderna: lo scienziato che continua a cercare la struttura ultima del cosmo, ostinato come un ragazzo, convinto che ci sia sempre qualcosa oltre.
Quello che ha fatto per tutta la vita è stato restare fedele al metodo di Galileo: osservare, intuire, sperimentare, confrontare le teorie con i fatti. La scienza come disciplina e come destino. E il bello di questa ricerca senza fine è che non era fredda, non era distante, come spesso si pensa. Era un tentativo febbrile di rispondere alle uniche domande che contano davvero, quelle che stanno alla radice del cuore: chi siamo, che cos'è tutta questa luce e tutto questo buio che ci circonda.
Poi c'era il paradosso. Zichichi era diventato pop. Crozza che lo imitava. Lui che sorrideva. L'anti-se stesso in televisione, come una serigrafia di Warhol. Un fisico trasformato in personaggio nazionale. Forse questo gli aveva creato invidie e nemici. Non aiutava neppure il suo dichiararsi credente, cattolico. Non ateo, come precisava sempre. Ripeteva: non bisogna confondere fisica e metafisica.
Una volta, in radio, gli chiesero come si fa a campare così a lungo. "Bisogna fare come me: essere una macchina pensante. Io penso sempre. Ho tante cose da risolvere".
Antonino Zichichi ha vissuto pensando. Non smettendo mai.
Come se avesse davvero in testa un lavoro infinito da finire. Come se la morte fosse solo un'interruzione fastidiosa, non una conclusione. Resta questa sensazione strana, come se l'universo avesse perso uno dei suoi esploratori più ostinati.