Non solo per Silvio. Il salto di Forza Italia diventa una polizza sulla vita del governo

L'exploit del vicepremier consolida l'asse moderato e apre scenari sulle scelte Ue

Non solo per Silvio. Il salto di Forza Italia diventa una polizza sulla vita del governo
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Al centro del centro. Tra un abbraccio alla nipotina Penelope appena nata e un diluvio di telefonate, Antonio Tajani si è svegliato dove sognava: alla guida di un partito di governo in ottima salute. Aveva promesso in campagna elettorale che Forza Italia avrebbe raggiunto il 10% alle europee. Sembrava una boutade per galvanizzare elettori riluttanti o incerti. È finita, per la precisione, con un 9,61% espresso da 2milioni e 237mila votanti.

Con il metodo appreso da una famiglia di estrazione militare, il leader azzurro ha marciato con una regolarità sorprendente, un metronomo dal passo cadenzato che ha saputo schivare trappole politiche di ogni genere. Quella più scontata, l'ironia degli avversari che gli hanno rinfacciato la scelta identitaria di mantenere il nome «Berlusconi» sulla scheda. «Fa votare anche i morti» è una delle tante battute di gusto scadente che si sono sentite. A un anno dalla morte del Cavaliere -l'anniversario cade domani- non è stato tanto un effimero effetto Berlusconi a rilanciare il partito, ma l'ancoraggio ai valori del fondatore che il passaggio elettorale ha riconosciuto attuali e condivisi.

Il trabocchetto più insidioso è arrivato da Matteo Renzi, sfortunato fondatore della Lista Stati Uniti per l'Europa, rimasta sotto la soglia del 4 per cento. L'ex presidente del Consiglio ha cercato di allettare gli elettori moderati con un progetto di centro, alternativo a quello di Fi. La risposta ai seggi è stata netta: quegli italiani che si riconoscono nell'area cattolico- liberale hanno già trovato un tetto accogliente nel partito azzurro. E stavolta non c'entrano le emozioni superficiali del marketing politico.

Tajani non ha offerto effetti speciali né slogan emozionanti alla Veltroni. Anzi, la cifra della campagna elettorale è stata spiegare con pazienza, comizio dopo comizio, che votare Fi significa aderire automaticamente al Partito Popolare Europeo, una delle forze moderate più rassicuranti nelle democrazie mondiali. È una grande famiglia dove si litiga, ci si confronta animatamente, senza però dividersi sui capisaldi di fondo: la custodia delle radici cattoliche dell'Europa, la difesa della proprietà privata e della libertà d'impresa, la scelta atlantica, l'avversione per burocrazia soffocante, tasse ingiuste e giustizia deviata.

A Palazzo Chigi l'exploit elettorale di Fi è stato salutato con muta soddisfazione. Per la premier Giorgia Meloni era importante la tenuta -se non la crescita- di una alleato di governo che ha anteposto la stabilità alle rivendicazioni di posti e spazi politici. Ottenuto anche il via libera alla riforma della giustizia, la vera eredità politica lasciata da Silvio Berlusconi, la prosecuzione del cammino degli azzurri in maggioranza si annuncia priva di controversie da risolvere a scapito della governabilità.

La centralità di Fi è una carta importante, anche per la presidente del Consiglio, nelle trattative che in autunno porteranno alla formazione della nuova Commissione europea.

Lo scenario inedito con il Ppe azionista stabile di maggioranza e i conservatori europei di Giorgia Meloni che non possono permettersi di restare fuori dal governo europeo che dovrà chiudere la guerra in Ucraina, i conflitti in Medio Oriente e sfide epocali come l'immigrazione clandestina o la transizione ecologica delle grandi attività produttive.

Tajani, anche come vicepremier, resta una carta a disposizione del Paese e non solo del suo partito. Ecco perché il suo 9,61% si è trasformato in un grande sospiro di sollievo a Palazzo.

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