Assalto alle coste italiane: cosa ci aspetta adesso

Mario Draghi e Luciana Lamorgese temono la nuova ondata di sbarchi di migranti sia dal punto di vista logistico che politico

Assalto alle coste italiane: cosa ci aspetta adesso

Non è stata una domenica semplice né a Lampedusa e né al Viminale. Qui il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha seguito minuto dopo minuto l'evolversi della situazione sulla più grande delle Pelagie.

L'arrivo delle belle giornate aveva già fatto scattare l'allarme per possibili nuovi sbarchi, ma nessuno si aspettava più di mille migranti approdati sull'isola nel giro di poche ore. Da qui la duplica preoccupazione dei vertici del ministero dell'Interno: da un lato quella logistica, dall'altro quella politica.

Sul primo fronte c'era la necessità da organizzare in fretta la macchina dell'accoglienza in una Lampedusa messa in crisi dagli ultimi sbarchi. Dall'altro lato invece, ogni singolo nuovo approdo è un campanello d'allarme per la maggioranza.

Matteo Salvini ha già “bussato” a Mario Draghi il primo maggio, quando sui social il leader della Lega ha dichiarato di aver chiesto un incontro al presidente del consiglio: “Basta sbarchi”, è stata la parola d'ordine enunciata dal segretario del carroccio. Segno di una crescente insofferenza verso il continuo flusso migratorio di queste settimane.

La Lega del resto è preoccupata dal pressing “amico” di Fratelli d'Italia, la costola del centrodestra che dall'opposizione potrebbe fare propria la denuncia dei troppi arrivi di questa stagione. C'è dunque la necessità per Salvini di far imprimere una svolta al governo. Nell'esecutivo però, e questo è un altro dilemma non da poco, siede anche un Pd che, al contrario, con il segretario Enrico Letta ha espresso ben altre posizioni.

Da parte dei dem negli ultimi giorni è stata attuata una vera e propria sponda politica alla retorica delle Ong. Lo stesso Letta ha parlato di dovere dell'accoglienza come “principio non negoziabile”.

Cosa può cambiare adesso

Mario Draghi, dal canto suo, ha necessità di fare sintesi tra le varie anime della maggioranza. In questo contesto, il ministro Lamorgese vorrebbe mettere sul piatto una nuova tornata di consultazioni europee per spingere ai mai abbandonati progetti di ricollocamento automatico dei migranti. L'obiettivo sarebbe quello di ridare vitalità all'accordo di Malta del settembre 2019. Un documento però non vincolante e che non ha mai del tutto funzionato.

Per questo allora da Palazzo Chigi, così come ricostruito sul Corriere della Sera, sarebbe emersa l'idea di una cabina di regia. Draghi domenica ha chiamato la stessa Lamorgese, così come il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il titolare della Difesa, Lorenzo Guerini. Nelle conversazioni tutti hanno concordato sulla necessità di fare in fretta e coordinare il prima possibile le azioni anti immigrazione.

Il problema però è che gli assi nella manica sono molto pochi. Se si guarda alla solidarietà dell'Ue, la storia parla molto chiaro: da Bruxelles, specie in tempi di pandemia, non arriveranno grandi segnali. Per le istituzioni comunitarie il problema migratorio è sempre stato storicamente un problema dell'Italia. Se si guarda verso la sponda opposta del Mediterraneo, nessun Paese sembra poter fornire garanzie adeguate. L'Italia, in poche parole, deve far da sola. E non è affatto semplice, proprio perché una soluzione "interna" passa da un maggior rigore verso Ong e controlli alle frontiere, elementi su cui il Pd non sembra affatto disposto a cedere.

L'impressione è che da Palazzo Chigi ancora non si abbiano le idee chiare su cosa fare adesso. Tutti già da settimane sapevano dell'avvento di nuovi sbarchi, ma nessuno sa come poter risolvere politicamente, prima ancora che pragmaticamente, il problema. Anche perché nel frattempo la pressione migratoria non cenna a diminuire.

I fronti che più preoccupano

Le rotte per adesso calde verso l'Italia sono diverse. Si va dalla Libia, quella che più sta destando timori in queste settimane, alla Tunisia. Nel primo caso il governo di Draghi sta provando a spingere grazie all'innesto a Tripoli del nuovo governo di Dbeibah. Ma i risultati al momento non si notano. In Tunisia invece l'imperante crisi economica potrebbe far salpare dalle coste nordafricane sempre più gommoni diretti a Lampedusa e in Sicilia.

Non fanno al momento dormire sonni tranquilli le notizie che arrivano dal resto del medio oriente: il caos in Ciad, le mai domate rotte dal Mediterraneo orientale e dal Bangladesh potrebbero aggiungere ulteriore scompiglio. Nel secondo semestre nel 2021 poi, la scia dei danni economici prodotti dal coronavirus in Africa è pronta a far sentire ulteriori effetti sul fronte migratorio. Per l'Italia è dunque il momento di tirar fuori un piano al momento però non a portata.

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