C'è un altro 13enne in questa intricata storia di disagi che da uno spicchio della Bergamasca è rimbalzata in tutto il mondo. Non è l'aggressore di Chiara Mocchi. Anche lui è un suo alunno. Si chiama "E". Ed è colui che mercoledì scorso l'ha salvata, evitando che il compagno di scuola potesse sferrare altre coltellate letali. Dopo le prime urla, è stato questo ragazzino ad affrontare il suo coetaneo armato: lo ha preso a calci e messo in fuga. Nella ricostruzione di quel tragico minuto di follia a Trescore Balneario non era mai emerso il suo intervento. A farlo sapere è stata la stessa docente 57enne: "Mi ha difesa rischiando la sua stessa vita, ha impedito il peggio". "È indubbiamente un eroe - dice il suo legale -. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita". E lo stesso ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha invitato il ragazzo intervenuto e la sua classe a Roma. Un premio per il suo coraggio. Le parole di ringraziamento sono riportate in una nuova lettera che Mocchi, ieri dimessa dall'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha voluto dettare con voce flebile.
Ha voluto citare coloro a cui "devo la vita", a partire dall'équipe dell'elisoccorso del 118 che l'ha trasferita in ospedale: "Professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai".
La docente bergamasca ricorda poi quei drammatici momenti seguiti all'accoltellamento: "Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall'aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l'ombra diventava addio. Nel momento del decollo, ho visto dall'alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po' con loro".
Poi la donna confessa la paura di morire e quella voce. Una frase, ferma e urgente: "Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più". Chiara Mocchi racconta: "La luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: 'Ancora una sacca presto, ancora una!' Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo". Dopo il pensiero ai donatori (il padre fondò l'AvisAido della Media Val Cavallina), disegna un altro spiraglio di luce nel futuro: "Ho imparato che dobbiamo far capire ancora di più ai ragazzi la centralità dei valori e rispetto di quei principi religiosi là dove prevedono il rispetto delle regole, del prossimo e della vita propria e altrui. Voglio tornare a insegnare in quella scuola, in quell'aula dei miei studenti. Non ho paura, certamente avrò più determinazione ma devo guarire da queste ferite nel corpo e anche da quelle nell'anima. Sono sicura che ci riuscirò".
E alla domanda su cosa direbbe oggi al ragazzo, risponde: "Gli direi: fai un esame di coscienza, capisci questi tuoi errori e prendi i binari giusti seguendo lo studio scolastico per affrontare correttamente la lunga vita che ti sta aspettando".