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Psicologi in aula e dolore medicalizzato. Ma i ragazzi siano liberi di soffrire

Ognuno affronti il lutto per gli amici a modo suo senza le sedie in cerchio e le lacrime indotte

Psicologi in aula e dolore medicalizzato. Ma i ragazzi siano liberi di soffrire
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Forse i nostri ragazzi sono più forti di come li stiamo raccontando, forse non sono soltanto una massa da medicalizzare o dei pazienti da accompagnare. Le cronache raccontano di chi, in silenzio, tornava davanti al locale incendiato, senza rituali guidati, ciascuno con una propria elaborazione del dolore. Intanto una professoressa del Virgilio giungeva a proporre "una fiaccolata" per i ragazzi ricoverati, avete letto bene: forse è a lei che doveva dedicarsi la Sipem, i benemeriti psicologi dell'emergenza che, in una classe, l'altro giorno, sono entrati in cinque, hanno sgomberato i banchi e poi hanno piazzato le sedie in tondo, come in una seduta di autocoscienza.

C'erano ragazze in lacrime quasi incoraggiate a piangere, quasi fosse un metodo, una collettiva elaborazione, anzi, "un lutto collettivo non serve essere stati lì per sentirsi coinvolti" dicevano al Corriere. Poi, sulla Stampa, ecco la psicoterapeuta Elvira Venturella: "Non c'è protocollo, c'è lo studio fatto e l'esperienza". Lo si leggeva nello stesso articolo che descriveva task force, percorsi guidati e psicologi che per primi conoscevano gli esiti del Dna, un protocollo operativo negato a parole. È un metodo, ma non è il solo: psicologi e psichiatri si contrappongono da un secolo tra early intervention e watchful waiting, e capita ogni volta che il dolore viene scambiato per una patologia da trattare. La parola d'ordine della Sipem, si apprende, è "decolpevolizzare, dire che nessuno ha sbagliato". Ma sbagliato cosa? E quali le colpe? Sarebbero non esser partiti per la Svizzera (perché si aveva l'influenza) o aver filmato l'incendio anziché fare questo e quello, o aver solo ballato; insomma, "decolpevolizzare" anche chi, magari, non ne ha bisogno, perché "non serve essere lì per sentirsi coinvolti", ripetono gli psicologi: i quali, con le migliori intenzioni, prevedono anche interventi nelle società sportive frequentate dai ragazzi e a rendere l'emergenza permanente, a trasformare ogni spazio (la scuola in primis) in un ambiente clinico. La presidente degli psicologi lombardi, Valentina Di Mattei, è giunta a invocare, nella scuola, un riconoscimento "strutturale e stabile" della psicologia dell'emergenza: qualcosa che dia al dolore una forma pedagogicamente obbligata, come se il lutto si potesse insegnare con tecniche giuste e uguali per tutti. Leggiamo, da giorni, di ragazzi considerati in toto fragili e immaturi, e di esperti secondo i quali la corteccia prefrontale degli adolescenti "non è ancora matura" e l'amigdala eccetera: come se fossero pazienti neurologici preventivi, incapaci di reggere l'urto della realtà.

Solo Matteo Lancini, di formazione psicoanalitica, ha avvertito che il ricorso automatico all'immaturità cerebrale è una spiegazione "rischiosa e fuorviante" perché alimenta una visione degli adolescenti come "malfunzionanti o non ancora funzionanti". Ci sono anche degli adulti, in effetti, che hanno cortecce mature (si presume) e che filmano incidenti e tragedie, anzi: talvolta sono addirittura proprietari di locali infiammabili come torce. Della loro percezione del rischio si occuperà la procura.

Questo tempo è quello che è, e tra le correttezze che vorrebbero insegnarci (troppe) rischiamo di dover annoverare anche la corretta elaborazione di una tragedia: anche se non esiste un ragazzo uguale a un altro, e c'è chi parla, chi tace, chi torna a studiare, chi ride nervosamente, chi si chiude, chi piange, chi rimuove, perché essere umani è anche questo, e la vita è anche questa, una malattia non sempre curabile.

Nessuno negherà ascolto a chi ne ha bisogno: ma esiste un tempo del dolore, e del silenzio, persino in quest'epoca che il dolore e il silenzio vorrebbe cancellarli, e che scambia ogni sofferenza per un disturbo. A volte il miglior aiuto è fare un passo indietro, lasciare che ciascuno attraversi il dolore nel suo modo, senza spiegargli come deve soffrire perché lo sta già imparando da solo, come è già capitato a tanti di noi.

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