Torniamo alla mancata (sinora) separazione delle carriere e all'appiattimento di giudici e pm in una sola corporazione. Ne abbiamo scritto così tante volte, negli anni, che ora vorremmo azzardare una classifica, eccola.
Medaglia d'oro, a sorpresa, per un caso misconosciuto del 1993. A Palermo un politico uscito di galera (prosciolto) diede ai giornalisti un appunto scritto dal gip Sergio L.C. all'indirizzo di un pm, Giovanni I., e ricordiamo che la figura del gip dovrebbe porsi in equidistanza tra pm e avvocato. Ecco che cosa scriveva un gip a un pm: "Caro Giovanni ti rimetto le argomentazioni del difensore Argomentare in senso contrario presuppone l'esame del fascicolo, che è ponderoso Ti sarei grato pertanto se tu volessi scrivermi informalmente due righe in modo da evitarmi una noiosa camera di consiglio". Traduzione: caro Giovanni, scrivi direttamente tu le motivazioni che lascino in galera l'inquisito.
Medaglia d'argento per la madre (padre) di tutti gli appiattimenti in data 4 gennaio 1994, quando il pm Antonio Di Pietro scrisse un appunto al gip in cui spiegava perché un tizio "dovrebbe andare dentro al più presto", e il gip, il teorico garante delle parti, gli rispose: "Trova altro capo d'imputazione". Uno qualsiasi: il gip si era accorto che il reato non avrebbe consentito di ingabbiare tizio e allora consigliava d'inventarsi qualcos'altro. Un reato qualsiasi. Lo scambio di messaggi fu ritrovato in un faldone.
Bronzo ex aequo per moltissimi altri casi scoperti a Venezia, Vicenza, Treviso, Napoli e Lecce: episodi legati, hanno scritto alcuni quotidiani locali nell'ultimo quinquennio, a "generale e radicale appiattimento del giudicante rispetto alla richiesta dell'accusa", "identità linguistica e grafica tra richiesta della Procura e provvedimento
del gip" nonché "taglia e cuci" delle tesi dell'accusa. Le sanzioni per chi se ne renda colpevole, quando rarissimamente venga scoperto, non superano di norma l'ordinaria "censura", che è il nulla. Però c'è un referendum.