Il risiko di nomine che ha fatto esplodere l'Anm

Le manovre per gli "aggiunti" a Milano la miccia che ha distrutto il sindacato

Il risiko di nomine che ha fatto esplodere l'Anm

Torneranno a trovarsi oggi, per cercare di trovare una via d'uscita alle sabbie mobili in cui l'Anm rischia di venire inghiottita. I membri del Comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati, investita in pieno dallo scandalo sulla spartizione delle cariche in seno al Csm, dovranno fare i conti con una situazione apparentemente disperata, un «si salvi chi può» in cui ogni corrente va per i fatti suoi. E l'impossibilità di trovare una linea comune è stata plasticamente sancita sabato sera dalle dimissioni del presidente, il pm milanese Luca Poniz (nel tondo), della corrente di sinistra Area, eletto meno di un anno fa proprio per rimediare allo scandalo.

Le dinamiche fatte di scontri furibondi che hanno portato all'implosione del gruppo dirigente del sindacato delle toghe non sono tutte chiarissime. Ma un dato è netto: ad innescare la crisi sono state le conseguenze di una delle partite più delicate gestite dal Consiglio superiore della magistratura nel periodo al centro dell'indagine: la raffica di nomine per i procuratori aggiunti della Repubblica a Milano, la scelta della squadra destinata ad affiancare il procuratore Francesco Greco nella gestione di uno degli uffici giudiziari più delicati del paese. Posti ambiti, oggetti da sempre di trattative e spartizioni tra le correnti. E che ora sono venute alla luce in modo plateale.

A rendere inevitabile la crisi dell'Anm sono state infatti le dimissioni, prima della riunione di sabato, di un componente della giunta esecutiva: il pubblico ministro Angelo Renna, della corrente centrista di Unicost, guidata fino allo scandalo dal suo collega romano Luca Palamara. A costringere Renna alle dimissioni sono state le intercettazioni in cui egli preme su Palamara per essere inserito nel gruppo degli «aggiunti» di Greco, e va a sbattere contro gli accordi già presi dietro le quinte. «Ciccio, allarme rosso a Milano», scrive a Palamara nel settembre 2017 un preoccupatissimo Renna. Sono giorni convulsi, il Csm è chiamato a ridisegnare quasi per intero una Procura uscita malconcia dallo scontro lacerante tra il vecchio capo Bruti Liberati e il procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Per evitare nuove faide, il Csm ha lasciato quasi per intero a Greco la scelta dei suoi sei «vice», ma le correnti non hanno rinunciato a fare sentire la loro voce. Renna va a bussare alla porta di Palamara per capire quale dei papabili può essere messo da parte per lasciare posto a lui, prima pensano a Alessandra Dolci, ma è vicina a Davigo e soprattutto ha titoli eccellenti, allora viene messo nel mirino Fabio De Pasquale che è «anziano ma controverso». La commissione che deve fare le nomine sta per riunirsi, Palamara preme su Nicola Clivio, consigliere del Csm, perché venga fatto posto a Renna, ma a quel punto rischia di saltare l'intera lottizzazione. Così Palamara deve arrendersi, Renna si rivolge a Greco per avere in cambio un posto a Brescia: «Mi ha detto che è disposto di dire ai suoi di sostenermi». Invano.

Ora a chiedere la testa di Renna è Magistratura indipendente, la corrente conservatrice che un anno fa, agli esordi dell'indagine, pagò il prezzo più pesante in termini di dimissioni, e che (comprensibilmente) pretende che tutti i magistrati coinvolti negli sviluppi si dimettano anche loro. Così l'esponente di Unicost fa un passo indietro, ma ormai è tardi per riportare il sereno in Anm.

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