Dove sta il Mi-Co? Un po' più avanti a destra. Te lo dice un cinese che parla bene l'italiano e ha appena ritirato il pass olimpico. Piove e sorride, superando le pozzanghere dei giardini del City Life, in questa città che si è vestita di grigio per strappare qualsiasi speranza. L'unica traccia per ora sono i rettangoli di cartone che scorrono lungo viale Eginardo, ma per leggerli bene in una città di vecchi non solo devi andare a piedi ma mettere gli occhiali. A parte questo, tutto può andare bene, in fondo basta immaginarla, come si fa a dicembre quando aspetti il Natale e vedi le luci, il via vai dei negozi, la gente che come al solito va di fretta improvvisamente fermarsi, come se si fosse ricordata di qualcosa, magari di bello, una illuminazione improvvisa, l'impronta di un déjà vu. Eccola allora l'impronta luminosa dei cinque cerchi, disegnati nella mente e messi a terra. Ci vorrebbe la neve, ma non una spruzzata distratta, una nevicata come quella del '56, da cantare con la voce di Mia Martini, oppure quella che hai visto dal vivo, da giovane, nel gennaio del 1985, solo per allungare di una settimana le vacanze, fino ad arrivare a sabato e domani non si va a scuola. Eccola allora la neve, e scende come fosse pioggia, e si posa e resta, resta nella tua testa, anche questa fino a domani, giusto il tempo per portarti a Cortina con lo stesso paesaggio.
Ghiaccio e fuoco. Lo senti nell'aria che qualcosa sta cambiando. Non farti ingannare dal traffico, dalla metropolitana che va a singhiozzo, dalle finestre chiuse nelle mansarde del centro, dalla diceria che sembra vera dei cecchini sui tetti, dal "qui non si passa", dalla paranza di capi di Stato e di governo, dagli anarchici che prima o poi arriveranno davvero. Non farti fregare dai disagi e dai ritardi, come se questo fosse il solito venerdì, quello degli scioperi di Landini, che è una trovata sindacale per farsi perdonare i week end lunghi, o uno di quei giorni da settimana della moda o da salone del mobile o da fiera dell'artigianato o da qualsiasi cosa questa metropoli così europea da dimenticarsi di stare ancora in Italia ogni sette giorni si ri-inventa. Non credere insomma a quello che vedi. L'Olimpiade ci sarà, con tutte le luci che San Siro sa accendere, una per ogni verità, una per ogni finzione, con il sole, con la neve o con la pioggia. Ti ricordi quel venerdì? Era l'inverno del 2026 e fuori dai cancelli c'era una donna in attesa con l'ombrello pronta a camminare accanto agli sconosciuti.
Immagina, allora, se Milano avesse ancora la voglia di sognare, pure adesso che ha visto tutto e fatica a emozionarsi per nulla, perché questi non sono più i tempi dell'Expo, quando ancora c'era la voglia di andare lontano, senza preoccuparsi di consumare troppo, senza chiudere le porte per paura dei "maranza", senza la nostalgia della nebbia che ora ti appare sacra e santa e utile a nascondere le brutture della terra. Qui non è come a Torino vent'anni fa, con la città spaesata orfana della Fiat e dello sguardo annoiato degli Agnelli, con le montagne a guardarti dentro e un'olimpiade invernale che marcava una discontinuità, una promessa di futuro. Milano invece si sente satura e forse il futuro, in questi tempi caotici e indecisi, non si è nemmeno così sicuri di farlo arrivare, perché poi con che faccia arriva? Le Olimpiadi, a guardare i biglietti, assomigliano a un pranzo di gala. Solo che poi si accende, prima della cerimonia, il Santagiulia Ice e le ragazze italiane dell'hockey si bevono per 4 dischetti a uno le francesi e ad applaudirle sono quasi diecimila. Le cose accadono e non sai neppure perché, un giorno niente e poi arriva una mattinata di sole e migliaia di persone si danno appuntamento in strada, solo perché hanno visto la fiaccola, neppure fosse una cometa, e si affollano intorno ai tedofori vestiti da re magi.
O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai. È che Milano ti fa innamorare solo se non ci credi e forse alla fine dei Giochi si scoprirà che questa Olimpiade diffusa che viaggia da Milano a Cortina non è solo una settimana bianca.