Accusare il Parlamento di nascondere altre intenzioni dietro la riforma della Giustizia intenzioni - ovvero il controllo politico sui magistrati - è una bestemmia. Carlo Nordio lo aveva detto in Cassazione venerdì, e lo ripete ieri mattina a Milano: "Perché è blasfemo ciò che insulta non solo la divinità, ma anche le istituzioni sacre. E il Parlamento lo è".
È a Milano, nel tribunale arena dai tempi di Mani Pulite dello scontro tra politica e magistratura, che ieri si consuma lo scontro frontale sulla riforma della giustizia e sul referendum del 22 e 23 marzo. In buona parte d'Italia le inaugurazioni dell'anno giudiziario si celebrano all'insegna della battaglia sulla separazione delle carriere tra giudici e pm introdotta dalla riforma e destinata a affrontare a breve il voto popolare. Da Torino a Napoli a Cagliari, i rappresentanti inviati dal governo vengono bersagliati di accuse dalle toghe, trattati come emissari di una riforma inutile e punitiva. Milano è il crocevia dello scontro, e non a caso Nordio ha scelto di essere qui, sapendo che questo era lo scenario più scomodo. E così è stato: "Questa riforma è una punizione, e noi non ce la meritiamo", gli dice il procuratore generale di Milano Francesca Nanni. Appena prima della Nanni aveva parlato il presidente della Corte d'appello Giuseppe Ondei (e va notato che nessuno dei due è sospettabile di militanza nelle correnti di sinistra), e anche lui era andato giù pesante: è una riforma inutile, dice, che non risolve nessuno dei problemi della giustizia, che non elimina i casi di malagiustizia. Nordio risponde: è vero, non accelererà i processi, non impedirà che degli innocenti finiscano in carcere (su questo, fa sapere, si sta preparando un'altra riforma, per limitare la carcerazione preventiva). Ma quello che è inaccettabile, per il ministro, è il processo alle intenzioni, l'accusa alla maggioranza di preparare con questa riforma una svolta assai più grave, le mani della politica sulla giustizia. La riforma, dice il ministro, conferma e anzi rafforza il principio dell'autonomia dei pm e dei giudici. La separazione delle carriere, dice, è soltanto il rimedio a una anomalia tutta italiana: "Quando all'estero racconto che in Italia giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa famiglia i miei colleghi trasecolano, pensano che io abbia sbagliato a parlare in inglese. Ma io l'inglese lo parlo abbastanza bene". E a chi sostiene che il governo e lui stesso vogliono usare il referendum di marzo per rafforzarsi, il ministro risponde secco: "Il governo è già abbastanza forte".
Ma tanto a Milano quanto nelle altre cerimonie di ieri è evidente che la gran parte della magistratura vive la riforma approvata dal Parlamento come la descrive la pg Nanni: una punizione, un regolamento di conti. A Napoli il procuratore generale parla persino di "campagne d'odio" contro i magistrati.
Gli risponde secco Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio: nessuno vuole mettere sotto controllo i giudici, "Non c'è un solo rigo nel testo sottoposto a referendum che va in tali direzioni. Rilanciare questi slogan è particolarmente grave se a farlo è chi nella vita quotidiana rende giustizia nel caso concreto". Se vince il sì non si scatenerà "l'Apocalisse".