"C'è stato un accordo col Colle sulle date, non mi faccia dire di più". Un parlamentare di centrosinistra che peraltro voterà No non alza i toni ma la frustata ai promotori delle firme si sente eccome. È un richiamo a quel fronte, a quella galassia mossa da politica e pezzi di magistratura, che sta provando a polemizzare sulla data del referendum. E che da un paio di giorni cerca di tirare la giacchetta del capo dello Stato.
Al Quirinale, raccontano più fonti, la data del primo marzo non era piaciuta troppo. Soprattutto per un punto: con quesiti così complessi, serviva tempo per informare i cittadini. Così, dopo interlocuzioni fitte, si è trovata la quadra: 22 e 23 marzo. Da qui, un compromesso pulito, condiviso con il governo di Giorgia Meloni, e anche con il centrosinistra. La procedura per la richiesta referendaria, come chiarito dal ministro della Famiglia Eugenia Roccella, ha coinvolto la minoranza: "Con due delegazioni composte addirittura dai capigruppo di Camera e Senato". Nessuna forzatura del centrodestra, quindi.
Eppure i promotori dell'"abrogativo", tutti del "campo largo", hanno scelto lo scontro, con un ricorso urgente al Tar del Lazio. Il fine è sospendere la delibera del Consiglio dei ministri. E l'oggetto della disputa è sempre la data. "Stamattina abbiamo scritto al presidente Mattarella, gli abbiamo inviato una lettera in cui lo informiamo delle nostre ragioni", ha precisato l'avvocato Carlo Guglielmi, frontman tra i raccoglitori di firme, a Un Giorno da Pecora. Il comitato "Sì Separa" ha già annunciato che si costituirà al Tar per opporsi. Del resto persino nel Pd di Elly Schlein manca compattezza sull'iniziativa. "Il governo non ha fatto nulla di illegale", chiarisce il costituzionalista Stefano Ceccanti. "L'articolo 15 della legge 352 del 1970 è interpretabile in entrambe le direzioni". La prassi parla di tre mesi, sì. Ma la legge permette anche di accelerare. E l'esecutivo ha scelto quella strada. Dal Colle non è arrivato alcun allarme. Fonti di maggioranza confermano al Giornale un quadro già solido: "Se è vero, come abbiamo letto su più organi di stampa, che c'è stata un'opera di moral suasion per scongiurare la data del primo marzo, sarebbe stato bizzarro scegliere un'ulteriore data invisa al Colle". È pura logica. L'avvocato Gian Domenico Caiazza, definisce la raccolta firme "un'operazione retorica finalizzata a dilatare i tempi della campagne per sfiancare la pubblica opinione". Stessi toni del presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto, per cui "la mossa" di chi sta provando a boicottare le urne è "di tutta evidenza dilatoria". Enrico Costa, di Forza Italia, dà ai ricorrenti degli "strabici".
Il presidente del Comitato per il Sì Nicolò Zanon parla di "pressione impropria sul capo dello Stato, mettendolo implicitamente in difficoltà su un passaggio che rientra pienamente nelle sue prerogative costituzionali".