L'Onu si tiene Francesca Albanese e si rassegna alla perdita di credibilità e all'irrilevanza globale. Questo il risultato della somma di forze tra la sinistra occidentale oltranzista e il cosiddetto "Sud del mondo", un blocco (per lo più di non-democrazie) che sul piano internazionale si contrappone all'Occidente, un tempo dominante.
La sessione 61 del Consiglio dei diritti umani in corso a Ginevra, ha affrontato il caso della controversa relatrice sulla Palestina, registrando il passo indietro della diplomazia di Parigi, capofila nei giorni scorsi di un drappello di Paesi che ha chiesto all'italiana di lasciare. E la Francia ieri si è dovuta arrendere, ripiegando dalla richiesta di dimissioni - invocate dal ministro degli esteri Jean-Noel Barrot - a un semplice richiamo alla alla "moderazione". Ufficialmente la posizione non cambia: un portavoce del Quai d'Orsay ha ribadito che la relatrice dovrebbe avere la "dignità" di lasciare. Ma è escluso che lo faccia. L'iniziativa, dunque, si chiude qui. Con un nulla di fatto
La Francia si è arresa. Dalla sua parte c'erano Germania, Austria, Repubblica Ceca e anche Italia. Si è aggiunta pare anche l'Ungheria, ma la Spagna si è messa di traverso. Si è fermata Parigi, nonostante la serie infinita di scivoloni in cui è voluta incappare l'italiana, e nonostante la freddezza o l'insofferenza fatta filtrare dal segretario generale. Lo ha fatto, la Francia, per l'incertezza dell'addebito, per un calcolo realistico sui rapporti di forza in seno all'Onu e per la pressione interna e internazionale. Ha molto martellato l'opposizione guidata da Jean-Luc Mélenchon e animata da estremisti alla Rima Hassan, che ancora due giorni fa accusava Barrot di aver montato "tutto questo cinema" "basato su fake news". Si è mosso poi un pezzo del jet-set internazionale e "radical chic", con centinaia di firme che difendono Albanese. Tra questi vip e "intellettuali" anche Judith Butler, la femminista radicale nota per aver definito gli attacchi terroristici del 7 ottobre come "atti di resistenza armata contro la violenza di stato".
Questo ultimo caso dell'italiana relatrice Onu era scoppiato dopo la sua discussa (video)partecipazione al Forum di Al Jazeera del 7 febbraio cui sono intervenuti anche l'esponente di Hamas Khaled Meshaal (già capo dell'ufficio politico) e un ministro del regime teocratico iraniano.
Era la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, l'apparizione qatariota con quel suo discorso iniziato dalla consueta denuncia a senso unico di Israele e passato poi a un ambiguo riferimento a un "nemico comune dell'umanità" che - ha spiegato in seguito - sarebbe "il sistema che ha reso possibile il "genocidio" in Palestina". Una goccia arrivata dopo un profluvio di incresciose polemiche, dopo anni di smaccata faziosità di Albanese nel suo racconto della storia e della cronaca mediorientale, fino al 7 ottobre. Un racconto militante, condizionato da suggestioni ideologiche di antico conio sovietico-comunista. Ma al mondo-Onu va bene così. E lei, Albanese, che aveva "perdonato" quel sindaco emiliano "colpevole" di aver ricordato gli ostaggi israeliani allora in mano ad Hamas, ora non perdona la Francia, pretende scuse e chiede "una discussione sulle organizzazioni che fabbricano false accuse. Chiaro il riferimento a "Un Watch", l'ong filo-israeliana che le si oppone apertamente e che ancora oggi - pubblicando i suoi retweet - le chiede se pensi ancora che Israele sia una sorta di "incarnazione del male".Israele, dal canto suo, continua a trattarla come "portavoce di Hamas". La famiglia di Francesca Albanese intanto fa causa al presidente Trump e all'amministrazione Usa, contestando le sanzioni imposte alla relatrice (che non può agire in giudizio per regole Onu). Il ricorso civile, depositato presso il Tribunale del Distretto di Columbia, sostiene che l'amministrazione Usa ha violato i suoi diritti garantiti.
In Italia intanto il ddl
antisemitismo dovrebbe arrivare in aula al Senato martedì. Testo ammorbidito (via il possibile stop a manifestazioni, via le norme penali) resta il riferimento alla definizione di antisemitismo dell'Ihra, quella che il Pd non vuole.