Politica estera

Lo stop all'abaya agita la gauche Mélenchon: "Faremo ricorso"

Dopo aver definito il divieto dell'abaya «antilaico, sessista e razzista», l'estrema sinistra francese guidata dal tribuno Mélenchon continua il pressing per bloccare la scelta dell'esecutivo

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Dopo aver definito il divieto dell'abaya «antilaico, sessista e razzista» (copyright della deputata insoumis Danièle Obono), l'estrema sinistra francese guidata dal tribuno Mélenchon continua il pressing per bloccare la scelta dell'esecutivo: difendere la scuola dal proselitismo dell'islam politico, che nelle classi avanza a colpi di abbigliamento. La decisione dei macroniani è accolta con favore dai presidi. Il segretario generale dell'Unione nazionale del personale dirigente (Snpden) sta col governo: felici di aver avuto indicazioni chiare sull'abaya - dice Bruno Bobkiewicz - ora il messaggio è ufficializzato bisogna attuarlo nelle classi.

Ieri, però, sull'interdizione della tunica femminile indossata a scuola sopra ad altri indumenti, che ha visto un balzo di casi nelle banlieue, si è scagliata la compagine parlamentare della France Insoumise, pronta ad accogliere le istanze della Grande moschea di Parigi e a portare la circolare governativa davanti al Consiglio di Stato. Manifesta o no una dichiarata affiliazione religiosa? Vietarla rappresenta una discriminazione? A queste domande dovranno (forse) rispondere i «saggi», sollecitati dal coordinatore dell'ultra-gauche Manuel Bompard, secondo cui l'interdizione sarebbe «contraria alla Costituzione, pericolosa e crudele». Si discute sulla connotazione religiosa di un abito. Non di «accessori» come niqab, chador o kippah. Il governo ha dalla sua una schiera di sociologi delle religioni che dicono come l'abaya caratterizzi un modo di intendere l'islam più tradizionalista ed è legata al salafismo che ha già fatto breccia nel Maghreb dopo i Paesi del Golfo. Per l'Eliseo indica appartenenza religiosa ed è in contraddizione con la laicità richiesta tra le mura scolastiche. Per Bombard, come per Mélenchon, dietro lo stop ci sarebbe invece solo la «crudeltà» del neo ministro dell'Istruzione Gabriel Attal, tacciato di islamofobia. La scelta libera però gli insegnanti dal limbo decisionale per la poca chiarezza della precedente circolare sui simboli religiosi. Si ipotizzano perfino cartelli all'ingresso dei plessi, in vista della riapertura degli istituti il 4 settembre. «Quando si entra in classe non si deve poter identificare la religione degli alunni». Una risposta alla «sfida del guardaroba» suggerito da certi imam.

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