Ottantasei anni e una manciata di giorni. Raffaele Della Valle è sempre nel suo ufficio, nel cuore di Monza, fra pile di libri e memorie in via di stesura. "Uso sempre la stilografica, come ai vecchi tempi - e intanto scatta in avanti e si avvicina ad un oblò, in fondo alla stanza di un collaboratore. Sorride: "Spio la procura con cui condivido un muro dell'edificio". Cammina fra cimeli e ricordi, poi si ferma davanti a una scrivania in penombra: "Era quella di mio padre, Gaetano Della Valle, classe 1908 come Giovanni Leone, suo compagno di studi all'università di Napoli. Papà fu presidente di sezione civile in Cassazione. Altri tempi, faceva vita ritirata, sacrifici e vita dignitosa perché gli stipendi allora erano più bassi. Non l'ho mai visto andare ad una festa".
Oggi lei fa parte del comitato per il sì al referendum sulla giustizia. Suo padre sarebbe per il no?
"Al contrario mio padre voterebbe sì. E le spiego il perché: perché allora non c'erano le correnti come negli ultimi quarant'anni. Le correnti potevano avere un senso all'inizio, negli anni Sessanta, quando si sentiva ancora l'eco del fascismo. C'era bisogno di svecchiare il clima, ma presto le correnti hanno preso il sopravvento: cordate, incarichi lottizzati, scambi di favori. Altro che autonomia e indipendenza".
La riforma su cui voteremo in primavera è un passo in avanti?
"Penso di sì, poi certo, le leggi tutte le leggi non possono sostituire gli uomini. Però la separazione sarà un aiuto per migliorare l'apparato giudiziario. Il pm ha acquisito nel tempo un potere troppo grande e la vicenda di Enzo Tortora lo dimostra".
Tortora fu arrestato il giugno 1983. Quando vi eravate conosciuti?
"All'assemblea nazionale del Partito liberale nel 1976. Dovevano uscire i nostri nomi, ne vennero fuori altri. Poi fummo recuperati. Diventammo amici, lo difendevo per le querele che riceveva, spesso qui al Tribunale di Monza, competente sulla grande tipografia di Sesto San Giovanni dove si stampavano molti giornali".
Poi?
"Alle 4.40 del mattino del 17 giugno 1983 ricevo una telefonata. Le passiamo Enzo Tortora . Lui grida: Corri Raffaele, corri, mi arrestano. Ho ancora nelle orecchie la sua voce, la voce di una persona che sta sprofondando, la voce di un uomo che sta morendo, anche se poi la morte è arrivata cinque anni dopo. Alle sette del mattino ero già in aereo per Roma. Lui era in caserma e nemmeno riusciva a capire di che cosa lo accusavano. Ma insistevano che fosse un camorrista, un criminale, un trafficante di stupefacenti".
Ci sono voluti anni per ristabilire la verità e far emergere la sua innocenza.
"Ma leggendo le carte ho visto subito un mare di approssimazione, di accuse affastellate che non stavano in piedi, di dicerie, chiacchiere e fantasie".
Non c'erano le accuse dei pentiti: Giovanni Pandico e Pasquale Barra?
"Il primo a parlare è Pandico che in altri processi era stato definito un mitomane. Al quinto o al sesto interrogatorio mette in mezzo Tortora e lo descrive come un camorrista. I verbali circolano e Barra lo segue a ruota, ma anche lui si ricorda di Tortora al decimo o dodicesimo verbale".
Il Pm?
"Allora c'era il giudice istruttore, ma il pm deteneva già un potere fortissimo. Salta fuori l'agenda ove era indicato il nome di Enzo di un autotrasportatore collegato con la camorra in cui c'è il nome di Enzo Tortora. Solo che non era lui. Quella r non era una r".
Non era lui?
"No, ma siamo arrivati fino al processo d'appello per scoprire, o meglio per dimostrare in aula la verità. Noi riusciamo a ricostruire la storia e quando sfogliamo l'agenda scopriamo che in realtà si tratta di Enzo Tortosa, un tizio che vendeva macchinette per le bibite a Salerno".
E non lo convocate?
"Ci siamo riusciti solo in appello. Abbiamo portato Tortosa in aula. E lui ha spiegato che la nipote era fidanzata con il soggetto nella cui auto era stata trovata l'agenda; insomma, gli aveva dato anche l'indirizzo di Salerno, quello dello zio, Enzo Tortosa".
I giudici cosa hanno ribattuto a quel punto?
"La prova più importante è caduta nel vuoto. E allora il Presidente, frastornato, chiede a Tortosa: Ma che prova mi può dare?. Facite u' numero, presidente, vi risponderò io".
Tortora in primo grado fu condannato a dieci anni. Su che basi?
"Sul nulla. I giudici si erano attaccati alla lettera che Pandico aveva scritto per conto di un detenuto, Domenico Barbaro. Dal carcere Barbaro si era rivolto a Portobello, chiedendo ottocentomila lire per dei centrini spediti in trasmissione. Per la procura quella era una prova di traffici di droga".
Invece?
"Dopo estenuanti ricerche troviamo finalmente la lettera che non era stata spedita a Enzo Tortora ma all'ufficio legale della Rai. Quell'uomo aveva effettivamente inviato dei centrini, sperando che fossero venduti all'asta della trasmissione, e invece erano rimasti lì. Non li avevano piazzati ma nemmeno li avevano rimandati indietro e lui voleva i soldi. Banale. Banalissimo. Sarebbe stato sufficiente fare un controllo semplicissimo. Tortora muore quella mattina del 17 giugno 1983 quando rimane in caserma in quel trambusto infernale per alcune ore e poi il cellulare che lo trasporta si ferma a cinquanta metri dal portone di Regina Coeli e lui è costretto a passare in mezzo ai fotografi e alla gente che gli grida: Assassino, camorrista, criminale".
Oggi questo non succederebbe più?
"La fame di notorietà e la politicizzazione hanno prodotto molti, troppi errori. La riforma ci aiuterà, separando finalmente il pm dal giudice. Il sorteggio ci darà una mano a spezzare legami politici o di consorteria e a far crescere la professionalità dei pm: quanti delitti e quante stragi sono rimasti impuniti in questi decenni, forse certi legami non hanno aiutato a cercare sempre la verità, una riflessione seria sul punto sarebbe auspicabile".
Una battaglia cominciata da Silvio Berlusconi nel 1994.?
"No, no, è nata molto prima. Poi nel '94 Berlusconi l'ha abbracciata".
Lei nel '94 diventa deputato di Forza Italia e vicepresidente della Camera.
"Una bellissima esperienza, poi sono tornato a fare l'avvocato, il mestiere più bello del mondo. E infatti a 86 anni mi trova ancora qui in studio".
Come è cambiata la professione?
"Il giudice oggi va a vedere le sentenze precedenti, ma il reato c'è se è provato non solo il fatto, ma anche l'elemento psicologico, l'intenzione di violare la legge, che invece oggi passa in cavalleria".
E l'avvocato?
"Una volta parlava per mezza giornata, oggi il dibattimento conta meno, contano le indagini, le investigazioni difensive, le intercettazioni, il Dna".
Il più grande di tutti?
"Alfredo De Marsico, un uomo di una cultura immensa. Lo ascoltavi a bocca aperta per ore e sembrava fossero passati dieci minuti. Inarrivabile".