C'è una tecnica retorica che la sinistra ha perfezionato in decenni di opposizione. Ogni volta che la destra apre bocca, si convoca un processo immaginario in cui gli imputati sono accusati (a torto) di evocare fantasmi del passato. L'avversario viene condannato per appartenenza "genetica" a una colpa storica che non si estingue mai, che non ammette prescrizione.
Il 25 aprile è il luogo simbolico in cui questo processo si celebra ogni anno con la puntualità di un rito sacro. La ricorrenza della Liberazione, che appartiene a tutti gli italiani, viene trasformata in una proprietà privata. Chi sta a destra non è invitato o è invitato a patto di presentarsi come colpevole che chiede perdono. Non è un fenomeno solo italiano. In Francia viene evocato Vichy, in Spagna il franchismo, in Germania l'ombra del Terzo Reich. Il passato viene scelto con cura certosina: sempre il più ingombrante, per schiacciare ogni tentativo di discussione sotto il peso di un'infamia irredimibile. Il tribunale della "vigilanza democratica" è selettivo non solo nei crimini che sceglie di ricordare, visto che dimentica sempre quelli del comunismo, ma anche nelle vittime che decide di riconoscere. A Milano, la Brigata ebraica viene respinta dal corteo della Liberazione. I discendenti di coloro che andarono a combattere Hitler sotto la bandiera di David non trovano posto tra chi marcia in nome dell'antifascismo. È un fatto significativo: la memoria non serve a onorare chi ha sofferto, serve a selezionare chi ha diritto di parlare.
L'opposizione che vive di esorcismi storici non sviluppa strumenti per leggere il presente. Non deve proporre né convincere né rispondere dei fallimenti: il suo ruolo è sorvegliare la destra.
C'è poi un costo culturale, forse il più grave: la banalizzazione della storia stessa. Quando il fascismo è ovunque, non è da nessuna parte. Quando tutto è "come allora", diventa impossibile capire cosa fu allora davvero.