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Vaticano contagiato dalla malagiustizia: tutto da rifare il processo a Becciu. I legali: diritti violati

Francesco diede pieni poteri agli inquirenti, ma solo per questo caso. Ora la Corte d’appello riapre il dibattimento

Vaticano contagiato dalla malagiustizia: tutto da rifare il processo a Becciu. I legali: diritti violati
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Non è una bestemmia laica affermare che la vicenda del cardinale Angelo Becciu è il caso Tortora vaticano. Ci è voluta la corte d'appello dello Stato della Città del Vaticano a dichiarare la nullità della sentenza emessa dall'allora presidente del tribunale di prima istanza Giuseppe Pignatone nel dicembre del 2023 e a disporre la "rinnovazione del dibattimento". Con un'ordinanza di ieri ha accolto le eccezioni delle difese che avevano denunciato le storture del procedimento per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato conclusosi con la condanna del cardinale per truffa e peculato e di altre nove persone per un totale di 37 anni. Tra i rilievi accolti c'è la segretezza di un rescriptum del 5 luglio 2019 fino alla sua produzione in giudizio e il deposito incompleto di atti e documenti informatici da parte dell'accusa.

La corte presieduta da monsignor Alejandro Arellano Cedillo ha riconosciuto la lesione del diritto di difesa nel primo processo, dal momento che l'accusa ha potuto nascondere alle difese una parte consistente del materiale di indagine nonostante il codice vaticano di procedura penale lo vietasse. Ciò che si è visto nel processo di primo grado è stato possibile proprio a partire da quel rescriptum del 5 luglio 2019 (seguito da altri tre nel giro di pochi mesi) che ha dato pieni poteri all'accusa in materia di intercettazioni, ma solo per questo caso. Poteri che, essendo segreti i rescripta, non erano noti agli indagati e ai loro legali in fase istruttoria. Una situazione eccezionale che ha danneggiato la posizione processuale di Becciu e degli altri, come la corte d'appello ha riconosciuto. L'ordinanza di ieri mette fine alla stagione dell'italianizzazione della giustizia vaticana voluta da Francesco a partire dal 2019. All'epoca Bergoglio volle l'ex procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone (appena andato in pensione) come presidente del tribunale del piccolo Stato al posto del grande esperto di diritto vaticano Giuseppe Dalla Torre.

In quello stesso anno l'ufficio del promotore di giustizia iniziò l'indagine sui fondi e chiese al Papa (ottenendoli) poteri smisurati in sede d'indagine. Ne è scaturito quello che qualcuno ha chiamato "il processo del secolo" e che con il coinvolgimento del cardinale Becciu ha assunto la mediaticità frequente nella giustizia italiana. Lo si è visto con le anticipazioni delle accuse contro l'ex sostituto uscite prima ancora che venisse formalmente indagato e prima della privazione dei diritti del cardinalato da parte di Bergoglio. Da lì la via crucis mediatica e giudiziaria che però Becciu ha sopportato fino a dimostrare in dibattimento le incongruenze dell'indagine fatta dall'accusa. Ieri il riconoscimento nell'ordinanza che decreta la "nullità relativa" del primo grado e "il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio". Tutto da rifare, ma in corte d'appello e la prima udienza è già stata fissata il 22 giugno. Non dovrà ricomparire, invece, l'unico assolto in primo grado monsignor Mauro Carlino. La notizia di ieri è stata una sorpresa per il cardinale a cui la vicenda giudiziaria è costata indirettamente anche l'ingresso nell'ultimo conclave. Becciu, come Tortora, ha proclamato con forza la sua innocenza.

All'inizio in pochi gli hanno creduto, nel tempo però qualcosa è cambiato e la sua storia fa tornare alla mente il monito inascoltato di Dalla Torre sul rischio che le "possibili contiguità" con il mondo della giustizia italiana possano favorire "una lettura secolaristica di tutto l'ordinamento vaticano".

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