La vendetta di Conte. No a Gentiloni al Colle dopo l'aiuto a Draghi

L'ex premier vuole tornare in partita e prova a lanciare una "candidata"

La vendetta di Conte. No a Gentiloni al Colle dopo l'aiuto a Draghi

Giuseppe Conte prova a entrare nella partita Quirinale. Il leader dei Cinquestelle boccia l'opzione Gentiloni, caldeggiata da Enrico Letta e dalla maggioranza del Pd. Il commissario europeo agli Affari economici sta lavorando in silenzio, con incontri, trattative e colloqui, alla scalata verso il Colle. Nelle ultime settimane ha incontrato Letta, Di Maio, Renzi e Carfagna. L'ex premier dem sonda il terreno su una possibile candidatura per il dopo Mattarella.

Ma lo stop arriva proprio da un «pezzo» del campo largo che dovrebbe patrocinare la sua corsa verso il Quirinale. Sull'opzione Gentiloni, che perde quota, c'è il veto di Conte. O meglio la vendetta. Dal Movimento 5Stelle fanno notare che «il veto su Gentiloni appare oggi un ostacolo insormontabile».

Conte infatti ritiene il commissario Ue agli Affari economici uno degli ispiratori, in una triangolazione micidiale, con Matteo Renzi e lo zampino del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, della sua defenestrazione da Palazzo Chigi che ha spianato l'arrivo di Mario Draghi alla guida dell'esecutivo.

Letta sta provando a ricucire. Ma per ora il no di Conte è irremovibile. Tant'è che Carlo Calenda, un altro sostenitore del trasloco del commissario Ue al Quirinale, sale su altro cavallo: «Se salta Draghi a Palazzo Chigi salta tutto. Meglio indicare come capo dello Stato Marta Cartabia, una figura con esperienza costituzionale che sarebbe la prima donna al Colle». Altro segnale di come la candidatura di Gentiloni sia tramontata o bruciata.

Ma per chi tira la volata Conte? Non scopre le carte. Cerca di portare a casa il voto anticipato. «Vedrei bene una donna al Quirinale, senz'altro. Ho in testa un profilo: una personalità di cui poter essere tutti orgogliosi», dice a L'Aria che Tira. Tattica? La verità è un'altra. Conte prova a stare in partita. Perché sa bene che le trattative, in casa Cinquestelle, per eleggere il prossimo capo dello Stato sono saldamente nelle mani del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La conferma è arrivata dal palco di Atreju, tradizionale appuntamento della destra, organizzato quest'anno in versione natalizia da FdI in piazza Risorgimento a Roma.

Di Maio ha detto chiaramente che sul dossier Colle ritiene Giorgia Meloni più affidabile di Matteo Salvini. Un'uscita per ribadire un messaggio: «Sul Quirinale scelgo io gli interlocutori». Di Maio è il vero azionista dei gruppi parlamentari. Conte ne ha avuto prova anche sull'elezione del capogruppo alla Camera. Il candidato in quota del gruppo contiano, Angelo Tofalo, è stato costretto al passo indietro davanti alla evidenza dei numeri tutti a favore della componente dimaiana, schierata per la riconferma del fidatissimo Davide Crippa. Copione che si ripete dopo la debacle al Senato, quando il capogruppo uscente Ettore Licheri, uomo di Conte, fu sostituito dalla fedelissima del ministro degli Esteri Mariolina Castellone. Le trattative sono condotte da Di Maio. Per conto del ministro degli Esteri il «dossier Colle» è affidato a Vincenzo Spadafora, uomo di collegamento con Dario Franceschini, Mara Carfagna e Matteo Renzi. E negli ambienti grillini vicini a Conte inizia a maturare il timore di un asse tra Di Maio e Renzi. Entrambi lavorano per un doppio obiettivo: la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi e la blindatura della legislatura fino al 2023. Il terzo punto di contatto potrebbe essere il bis di Mattarella. Il tempo gioca contro Conte. «Altri due anni così non regge alla guida del Movimento», è il mantra che ripetono nei gruppi parlamentari.

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