"Vent'anni fa avremmo perso l'anno"

Il docente: "Insostituibile l'aula ma i pc hanno retto all'emergenza"

"Vent'anni fa avremmo perso l'anno"

Il grande tema nel mondo della Scuola, oggi, è didattica a distanza versus lezione in classe, digitale contro «fisicità», social rispetto a socialità. Un gruppo di intellettuali progressisti, da Alberto Asor Rosa a Luciano Canfora, capeggiati da Massimo Cacciari, ha lanciato un appello per il ritorno alle lezioni tradizionali «che non si rimpiazzano con un monitor e un tablet». Ieri il ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina ha risposto sulla Stampa dicendo invece: «La scuola ha bisogno del digitale».

Roberto Carnero, insegnante di Italiano al Liceo Scientifico «Luigi Cremona» di Milano e professore a contratto all'Università di Bologna, esce proprio oggi con il libro Il bel viaggio. Insegnare letteratura alla Generazione Z (Bompiani) che affronta sul campo il problema.

Prof, lezioni in remoto o in classe?

«Non mi piace la retorica di chi dice che l'emergenza virus ci ha spinto a una innovazione che altrimenti non avremmo intrapreso, che così abbiamo imparato un nuovo modo di fare scuola. La vera scuola è fatta di relazione, presenza, fisicità. Non è solo trasmissione di nozioni, che puoi fare evidentemente anche a distanza, ma scambio tra il gruppo dei pari, i ragazzi, e tra ragazzi e docenti».

Meglio in classe, è chiaro. Però...

«Però è anche vero che se l'emergenza virus fosse accaduta vent'anni fa, senza la didattica a distanza, si sarebbe chiuso tutto. Le lezioni da remoto sono un surrogato delle lezioni tradizionali, che però hanno perlomeno tenuto insieme, come un collante imperfetto, la Scuola. Ci hanno permesso almeno di svolgere il nostro compito di professori, in questo caso più civile che culturale. Abbiamo tenuto vivi i ragazzi, parlando con loro, e facendoli confrontare con altri adulti che non fossero solo i genitori».

E la reazione dei ragazzi?

«Per gli universitari il sistema funziona, perché sono motivati. Al liceo no, e alle medie è anche peggio. Il punto è che l'insegnante così non ha mai - uso un termine non bello - il controllo della classe. Non sai neppure se davanti hai dei ragazzi o solo i loro avatar. Sai se sono collegati, ma non se ci sono. E il contatto diretto, continuo, fisico con loro, a quest'età, è tutto».

L'errore più grande?

«Quando il ministero ha detto Tutti promossi. Ha demotivato i ragazzi più impegnati, figuriamoci i più fragili».

Cosa resterà di questa esperienza?

«La lezione online è stato un training, utilissimo, ma non è un modello. Il linguaggio digitale non può sostituire il rapporto diretto professore-ragazzo. Pensi alla Letteratura, un serbatoio enorme di emozioni: l'insegnante deve riuscire a trasmettere il piacere di leggere come risorsa per la vita prima che come materia. Già farlo in classe coi gesti, il ritmo, la presenza, è difficile. Ma da uno schermo... Poi, certo, a molti ragazzi i testi continuano a parlare lo stesso».

A proposito: com'è la Generazione Z?

«Diversa dalla nostra, ma non per questo peggiore».

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