Rachel Kushner in scia a Joan Didion sfreccia cavalcando il new journalism

Una raccolta di saggi a tutta velocità e soprattutto senza "donnismo"

Rachel Kushner in scia a Joan Didion sfreccia cavalcando il new journalism
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Ma allora non sono così misogino. Non è vero che sono così contrario alla scrittura femminile se ho letto Fatti per bruciare. Saggi 2000-2020 di Rachel Kushner (Einaudi) con interesse e piacere. L'ultimo libro di quella che in estrema sintesi si potrebbe definire l'erede di Joan Didion, maestra del new journalism, mi ha rivelato come lettore: la mia misoginia letteraria è relativa alle scrittrici italiane, non alle scrittrici tutte. Quando mi imbatto nel libro di una compatriota contemporanea che non conosco passo oltre con disinvoltura perché, come insegnava Cesare De Michelis, il pregiudizio è un'arte («Il problema dell'uomo colto non è di leggere tutto ma è di sapere prima che cosa leggere e cosa no»). Immagino di trovarci dentro famiglie e famigliari: i figli, la nonna, il marito o chi ne fa le veci, il gatto... Maldicenza e sorellanza. Donnismo al posto di femminilità. Pettegolezzo al posto di conoscenza. Natalia Aspesi e Michela Murgia come riferimenti, anziché Oriana Fallaci e Patrizia Valduga. Penso che viva, la compatriota, in un mondo minuscolo, non piccolo come quello di Guareschi, molto di più, che ricavi ogni informazione dagli schermini, che di nulla abbia esperienza diretta, che non abbia una vita.

Rachel Kushner non scrive di gatti, scrive di moto. Di grosse moto. Di Vincent Black Shadow (nera meraviglia anni Quaranta-Cinquanta di cui ignoravo l'esistenza), Guzzi 500, Kawasaki Ninja, Cagiva Elefant 650... Il primo capitolo, appunto «Ragazza in motocicletta», è il racconto della folle partecipazione a una corsa illegale, la Cabo 1000, millesettecento chilometri a tutta velocità su un'arteria messicana definita autostrada pur essendo senza guardrail, senza linea di mezzeria, spesso addirittura senza asfalto. Illegale e pericolosissima, viste le velocità raggiunte: «Poco prima di Guerrero Negro si trova il più lungo rettilineo dell'Autostrada Transpeninsulare. Lo imboccai a duecento all'ora, spalmata sulla carenatura, e accelerai a manetta. Toccai i duecentoventotto all'ora, la mia massima velocità di sempre». Proprio in questo punto e proprio a questa velocità un altro motociclista le taglia la strada, Rachel cade rovinosamente e le va pure bene, visto che in altre edizioni qualcuno ci lasciò le penne. Naturalmente non scrive solo di moto. Scrive anche di automobili. Con una certa propensione per i modelli vintage: «Un'estate alla fine degli anni Novanta stavo attraversando il Paese sulla I-80, dopo essere passata a trovare degli amici a Des Moines, in Iowa. Ero al volante di una Chevrolet Impala del 1963...». Impossibile non sentire in queste pagine profumo di Kerouac, On the road ovviamente, ma anche Joan Didion si fece immortalare appoggiata a un'affascinante Chevrolet (nel suo caso una Corvette). Le scrittrici italiane invece lo senti subito che prendono molti autobus. Sarà per questo che scrivono libri asfittici. Non che i colleghi maschi siano più brillanti.

Vincenzo Latronico che è in gara allo Strega mette su Twitter le foto scattate in metropolitana e allora non posso leggerlo: sono convinto che il trasporto collettivo renda collettivisti... In libreria cerco personalità, autori allergici ai percorsi prefissati.

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