Il romanzo di Luisito Bianchi (1927-2012), La messa dell'uomo disarmato, è uno di quei libri che la cultura italiana tende a dimenticare. Non a caso ha avuto una tormentata vicenda editoriale che si spera ora conclusa con l'ingresso nel catalogo Ares dove va a comporre una formidabile coppia con Il cavallo rosso di Eugenio Corti. Opere cattoliche sulla Resistenza e sulla nostra storia, scritte da chi stava dalla parte giusta ma non dalla parte vincente della propaganda postbellica. Bianchi racconta la guerra partigiana attraverso occhi che non trovano posto nel canone resistenziale costruito dalla sinistra: occhi cattolici, bianchi, alpini. Gente che combatte i nazifascisti non per la rivoluzione, ma per la stessa ragione per cui si va a messa.
Il libro ha il coraggio raro di mettere in scena la frattura interna alla Resistenza come un fatto già presente, già consapevole, durante la lotta stessa. I partigiani bianchi sanno che quando la guerra finirà si troveranno dall'altra parte della barricata rispetto ai compagni rossi con cui oggi condividono il freddo e il rischio.
Non è nostalgia retrospettiva, non è revisionismo: è la lucidità di chi combatte senza illudersi che la vittoria comune produrrà un'Italia comune. La guerra finirà, e il conflitto ricomincerà sotto altra forma.
Il cremonese Luisito Bianchi (1927-2012) è stato una importante e originale figura di prete.
Al centro di tutto c'è la Parola come problema teologico concreto: è possibile pregare mentre si uccide? Ha ancora senso il Vangelo in mezzo alle rappresaglie, ai corpi appesi, ai paesi bruciati? Bianchi non risponde con consolazioni edificanti. I suoi personaggi cercano la Parola di Dio come si cerca acqua in un terreno arido, sapendo che potrebbe non esserci, eppure continuando a scavare.