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Il sorteggio contro le consorterie del Csm

Il sistema proposto con il prossimo referendum sulla giustizia potrebbe cambiare per assicurare invece il buon andamento e l'imparzialità della Pubblica amministrazione

Il sorteggio contro le consorterie del Csm

C'è un punto, nel dibattito sulla giustizia, che sul quale è doveroso soffermarsi: il sorteggio dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. È radicata in me la convinzione che, ad oggi, esso si sia reso quantomai ancor più indispensabile.

Nel momento in cui sono emerse pubblicamente, nel corso degli ultimi anni, in alcuni gruppi social non del calcetto ma chat interne alle correnti della magistratura, nelle quali emergevano dinamiche di coordinamento e indirizzo di natura politico-organizzativa - si è posto il problema della effettiva neutralità di taluni togati. Ad un certo punto ci si è chiesti quanto fossero realmente super partes questi magistrati.

Il sistema proposto con il prossimo referendum sulla giustizia potrebbe cambiare per assicurare invece il buon andamento e l'imparzialità della Pubblica amministrazione: il sorteggio spezzerà un meccanismo che per decenni abbiamo trascurato e che, ad oggi, costituisce un problema molto serio. I poteri dello Stato, fatta eccezione per quelli espressamente politici, furono pensati dai Padri costituenti come spazi liberi da appartenenze e da logiche di schieramento. Non perché ingenui, ma perché consapevoli che la politica, quando entra dove non dovrebbe, finisce per deformare le istituzioni. È difficile credere che avessero immaginato una magistratura attraversata da correnti organizzate, linguaggi politici e dinamiche di potere degne di un partito. Questa non è una forzatura polemica: è la constatazione di una deriva che nel tempo ha tradito l'idea originaria di terzietà.

Vi è un profilo che spesso sfugge ai non addetti ai lavori, ma che è ben presente agli operatori del diritto: il rapporto tra centro e periferia nel funzionamento del sistema giudiziario.

Pensiamo ad esempio alla Procura della Repubblica. Negli uffici requirenti, il Consiglio superiore della magistratura esercita la funzione di nomina dei procuratori capo attraverso valutazioni caratterizzate da un significativo margine di discrezionalità. I procuratori capo, a loro volta, nell'ambito delle prerogative organizzative loro attribuite, determinano l'assegnazione dei magistrati ai settori più delicati dell'azione penale, tra cui quelli, ad esempio, relativi ai reati contro la Pubblica amministrazione.

Tali decisioni, inserite in strutture caratterizzate da una limitata mobilità degli organici, producono effetti di lungo periodo e incidono stabilmente sull'assetto delle attività investigative a livello territoriale. In concreto, esse contribuiscono a definire, per interi cicli temporali, chi sarà chiamato a orientare l'esercizio dell'azione penale in ambiti di particolare rilevanza istituzionale.

I pubblici ministeri assegnati a tali funzioni sono investiti di valutazioni che precedono e condizionano ogni successivo sviluppo processuale: l'avvio o meno delle indagini su impulso della Polizia giudiziaria, la richiesta di archiviazione, l'attivazione di misure cautelari o reali, nonché la selezione dei contesti istituzionali sui quali concentrare risorse investigative inevitabilmente limitate. È in questa fase iniziale, spesso fondata su quadri probatori ancora embrionali, che si definisce in larga misura l'effettiva direzione dell'azione penale.

Ne deriva che le scelte operate a livello apicale, pur formalmente legittime, determinano un'influenza strutturale sull'indirizzo concreto dell'attività investigativa sul territorio. Si configura così un circuito decisionale nel quale il centro, attraverso una catena di attribuzioni discrezionali, è in grado di incidere in modo profondo e duraturo sulla periferia.

È proprio questa dinamica che impone una riflessione non più rinviabile sul rafforzamento delle garanzie di neutralità del sistema. L'introduzione di criteri di assegnazione fondati su parametri oggettivi, predeterminati e terzi non costituisce una limitazione dell'autonomia organizzativa, ma una sua necessaria evoluzione, funzionale a preservare l'imparzialità sostanziale dell'azione requirente e la credibilità dell'ordinamento nel suo complesso.

A questo punto è non solo legittimo, ma necessario, che il legislatore persegua la massima linearità possibile nei confronti di chi, anche indirettamente, incide sulle sorti giudiziarie dell'intera nazione.

Ed è altrettanto doveroso rivolgere una domanda scomoda a quei colleghi che oggi alzano scudi e brandiscono la Costituzione come un baluardo. Cosa avrebbero pensato, cosa avrebbero fatto, se il loro nome o quello di un figlio, di un coniuge, di un familiare che fa il medico, l'ingegnere, il professionista fosse comparso in una chat in cui si discuteva di come organizzarsi per fermarlo?

Beh, io credo che a chiunque di noi sarebbero tremati i polsi! Si tratta di immaginare, anche solo per un istante, il peso di leggere il proprio nome come un bersaglio, senza aver commesso alcun reato.

Non si tratta di esercizi teorici né di battaglie ideologiche. È un passaggio che non richiede eroismi, ma onestà. E il coraggio, raro ma indispensabile, di guardare il problema senza voltarsi dall'altra parte, perché personalmente ritengo che la magistratura non sia concepita per stilare elenchi.

È dunque legittimo che il cittadino si interroghi. Ma è doveroso, e non più rinviabile, che il legislatore intervenga adottando i contrappesi costituzionali previsti dall'ordinamento, a tutela effettiva dei diritti di tutti e nel rispetto del principio di legalità.

Per queste ragioni, il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi, dato di fatto, risultano spesso dall'equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica.

Solo allora avremo contribuito a mantenere ben salda la benda sugli occhi della Dea della Giustizia.

* pm della Procura

di Santa Maria Capua Vetere

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