Jack London non esiste.
In realtà, si chiamava John Griffith Chaney: il padre, William Chaney, faceva l'astrologo, e quando nacque centocinquanta anni fa, non volle riconoscerlo. Quando la ragazza, Flora Wellman, insegnante di musica e spiritista, restò incinta, William le intimò di abortire, disse di essere impotente, la abbandonò. Lei meditò il suicidio, mise al mondo il figlio, si unì a John London, un veterano della Guerra civile: vedovo, due figli, insistentemente triste.
Insomma: Jack London sorge dalle spoglie di John Chaney; la sua nascita 12 gennaio 1876, San Francisco ha stimmate alchemiche, le volute cristiche di chi deve svaginare un fato avverso. Era stata la tata, Virginia Prentiss, Mammy Jenny, un'amica della madre, nera, a cambiargli il nome in Jack: pareva più appropriato per quel bimbo-lupo, sempre in moto, sovreccitato. Da ragazzo, Jack London fece due cose: con i trecento dollari che gli aveva dato Mammy Jenny si comprò una feluca, ribattezzata Razzle Dazzle; poi, tentò di trovare il padre biologico. Per ucciderlo, forse. I figli devono incaricarsi dell'eredità dei padri sublimandola. Romana Petri, che qualche anno fa ha scritto un romanzo su Jack London, Figlio del lupo (Mondadori, 2020), dice che è la madre la figura determinante della sua vita: "Fu lei a dirgli di non lavorare e dedicarsi solo alla scrittura. Ma lei parlava con i defunti. Gliel'avevano detto loro che Jack sarebbe diventato un grande scrittore".
Il resto, è noto. La corsa all'oro nello Yukon, la caccia alle foche in Giappone, i reportage in Manciuria, le scorribande alle Hawaii; le fotografie lo ritraggono su uno yacht in Australia e su un cavallo nella tenuta di Sonoma, quando si era fissato con l'agricoltura. Pareva bello come un Apollo; la vita nell'estremo Nord l'aveva falciato: Ardengo Soffici, che lo conobbe a Parigi nel 1903, dice delle cicatrici, dello scorbuto che gli aveva cavato i denti; amò l'uomo, disprezzava lo scrittore.
Già, lo scrittore. Jack London ha scritto tanto, troppo, con l'ansia di guadagnare molto e di detronizzare tutti. Nei suoi libri spesso bellissimi perché imperfetti, bruschi nell'ormeggiare le frasi ciascuno trova ciò che vuole. Molti preferiscono il Jack London apocalittico ("L'umanità è condannata a sprofondare sempre più nella notte primitiva prima di ricominciare la sanguinosa scalata verso la civiltà", da La peste scarlatta), alcuni il politico che fonde con fervore Marx e Nietzsche ("Era il regno tenebroso dell'overman, nel cui linguaggio la gran massa del popolo era animali da gregge. Qualsiasi segno di istruzione veniva disapprovato e calpestato", da Il curioso frammento). Emilio Cecchi lo riteneva un epigono di Stevenson, un paria rispetto a Conrad; è vero, Martin Eden non è bello come Lord Jim e i Racconti dei mari del Sud non sono felici quanto L'isola del tesoro, ma in London c'è una cattiveria, c'è un'urgenza che nessun altro scrittore augusto possiede. Dove negli altri c'è anima, passione, stile, in London scorre il sangue.
Jorge Luis Borges, scrittore esangue che amava gli esagitati, lo canonizzò insieme a Melville, Kafka, Henry James. È proprio un suo libro, Le morti concentriche, ad inaugurare la Biblioteca di Babele ideata con Franco Maria Ricci: secondo Borges, London riesce meglio nell'arte del racconto, per la rapidità degli assunti, sempre all'assalto. Preferiva L'ombra e il baleno, perché "rinnova e arricchisce un antico motivo della letteratura: la possibilità di essere invisibile".
Il mio amico Enzo Fontana, scrittore di alto talento ha pubblicato per Mondadori e Marietti libri ormai introvabili torna sempre al Vagabondo delle stelle: nei lunghi periodi in carcere si era legato, da ragazzo, ai Gap di Giangiacomo Feltrinelli, per poi gettarsi nei torbidi degli anni di piombo quel libro gli aveva dato un po' di libertà. "Negli anni delle rivolte penitenziarie fu quasi un volume proibito perché Il vagabondo delle stelle è un uomo che nessuna prigione può trattenere" (in: Enzo Fontana, Mia linfa mio fuoco, Guaraldi, 1996).
Da ragazzo, una zia altezzosamente borghese, mi obbligò a leggere Zanna bianca. Chissà perché quel romanzo, poi, a bonificare il nero cuore del figlio di un suicida. Estate, provincia torinese, sole che ti latra addosso con iene mosche. Ogni pomeriggio dovevo leggere un capitolo e riassumerlo alla megera. Naturalmente, odiai il libro. Un amico, nel fine settimana, mi portava nella sua casa a Prali, in val Germanasca. Pescavamo trote, tentavamo inutilmente di salire in groppa a bestie allo stato brado, spopolavano gli stambecchi. Un coetaneo portava al pascolo le capre. Era il nostro Klondike. Piantammo un canestro al muro: un angolo di Nba a mille e quattrocento metri sul livello del mare. Studiavo l'attacco de L'imprevisto: "È facile accorgersi dell'ovvio, scorgere l'atteso. La vita individuale è statica prima che dinamica; questa tendenza è il propellente della civiltà, dominata dall'ovvio e dall'emarginazione dell'imprevisto. Quando l'imprevisto accade, tuttavia, ha una forza tale da estromettere gli inadatti". Oriana Fallaci adorava Il richiamo della foresta. L'aveva letto a dodici anni, "guidò la mia adolescenza, la verde stagione che m'avrebbe portato ad essere ciò che spero o cerco d'essere: una donna disubbidiente, insofferente d'ogni imposizione". Il richiamo della foresta, scrive la Fallaci, è "un inno alla libertà. Anzi, alla libertà assoluta". Lo scrittore che impugnò il socialismo alle elezioni per diventare mayor di Oakland, nel 1901, si piazzò ultimo, con 247 voti, il 2,6% delle preferenze ha scritto il più alto elogio dell'individuo assoluto. Buck non è né cane né lupo come Mowgli il demone del maestro di London, Kipling non è né della giungla né del villaggio. Altro che Darwin e Spencer, evoluzionismo e superuomo: qui conta l'urlo e l'ululato, a fendere ogni ideologia; un io in crisalide che sfocia nel bastardo e nel rivoluzionario.
L'incendio di Wolf House, l'enorme dimora a Glen Ellen per cui aveva speso quasi ottantamila dollari, nell'agosto del 1913, fu una mazzata. Jack London morirà tre anni dopo, quarantenne, suicida. Ormai in rotta con la seconda moglie, Charmian, che lo idolatrava; dalla prima, Bessie aveva avuto due figlie, Joan e Becky: camperanno a lungo, più che altro grazie ai proventi di artate conferenze in cui smerciavano pettegolezzi sulla vita di un padre che, in sostanza, non avevano mai conosciuto.
Continuò a scrivere, come un ossesso, per chissà quale sovrumana forza.
D'altronde, Jack London non esiste.
A Glen Ellen, in cima a una collina chiamata Valley of the Moon, c'è il masso di lava che custodisce le sue ceneri. Il muschio, ormai, lo ha scotennato.