Covid e infarto al miocardio: casi in aumento per paura degli ospedali

Sono in aumento i casi di problemi cardiaci in Italia. In molti eventi, la causa è determinata dal timore di contrarre il coronavirus in ospedale. Gli specialisti lanciano l’allarme

Cresce l’allarme per l’aumento dei problemi cardiaci in Italia legati indirettamente al Covid-19. Sulla stessa scia di quanto accaduto nella primavera del 2020, dallo scorso autunno ad oggi sono tornate a calare le richieste di aiuto legati ai sintomi di infarto al miocardio. Motivo? Le persone per paura di contrarre il Sars-CoV-2 in ospedale evitano di recarsi al pronto soccorso quando avvertono il campanello d’allarme che preannuncia un problema cardiaco.

Infarto, cos’è successo la scorsa primavera

Parallelamente al crescente numero di casi di contagio da nuovo coronavirus su tutto il territorio nazionale nel mese di marzo scorso, negli ospedali si iniziavano a contare meno richieste di aiuto per i casi di infarto al miocardio.

Un dato apparentemente positivo dietro al quale si nascondeva, invece, una triste realtà confermata solamente il mese successivo: da nord a sud veniva segnalata una crescita esponenziale di pazienti con seri problemi cardiaci, culminati in molti casi anche col decesso. La paura di contrarre il Covid nelle strutture ospedaliere è riuscita a superare il buon senso nel richiedere aiuto.

L’allarme del 2021

Con il netto calo dei contagi nel corso dell’estate trascorsa, la situazione nei reparti di cardiologia e di emodinamica degli ospedali è ritornata quasi alla normalità. È stato l’arrivo della seconda ondata in autunno che ha nuovamente stravolto gli equilibri: in tutta Italia non mancano gli appelli degli specialisti che chiedono ai pazienti di recarsi in ospedale non appena avvertono dei campanelli d’allarme che ravvisano un problema cardiaco.

Il rischio, come annunciato dagli esperti, è che a fine pandemia si possa contare un alto numero di morti per malattie diverse dal coronavirus. Secondo i dati rilevati ad inizio 2021, 4 persone su 10 non vanno in ospedale per paura di contrarre il virus. Dal Gise, la Società Italiana di Cardiologia Interventistica, lo scorso 11 gennaio è stato lanciato l’appello di prestare attenzione ai segnali che lancia il proprio corpo e che richiedono il soccorso immediato.

Come spiega su il Giornale.it il responsabile dell'UOS di Emodinamica del Presidio Ospedaliero Sant'Elia di Caltanissetta Giovanni Longo, «la sintomatologia dell’infarto miocardico acuto è caratterizzata da un dolore o oppressione al torace, irradiato frequentemente verso la mandibola e/o verso il braccio, prevalentemente il sinistro, ma anche il destro non è escluso. Questa sintomatologia può, ancora, irradiarsi posteriormente tra le scapole o presentarsi come bruciore epigastrico. Il dolore è persistente oltre i 15 minuti e non si modifica con movimenti o con il contatto. Solitamente violento ma non sono rare sintomatologie più sfumate. Pertanto, è fondamentale individuare chi ha un maggior rischio cardiovascolare».

«Il paziente tipico - precisa il dottore - è uomo, maggiormente sopra i 40 anni, o donna sopra i 50 anni. La presenza di uno o più fattori di rischio come ipertensione arteriosa, fumo di sigaretta, alterati valori di colesterolo ematico, diabete, nonché familiarità per patologie cardiache, aumentano la probabilità dell’evento».

Gli ospedali sono sicuri?

Il timore di frequentare gli ospedali è molto diffuso in questo periodo ma il dottor Giovanni Longo ci spiega perché questa preoccupazione deve essere superata: «Gli ospedali sono luoghi sicuri - afferma il responsabile dell'UOS di Emodinamica - un messaggio che vorrei passasse è che in medicina il rapporto rischio beneficio è fondamentale, il rischio di morire per non aver curato un infarto è molto più alto del rischio della contrazione dell’infezione da Sars-Cov-2».

«Nelle fasi iniziali della pandemia - ha aggiunto Longo - gli ospedali potevano rappresentare dei luoghi di potenziale rischio, ma oggi, grazie ad una sorveglianza attiva, mi riferisco all’azione determinata dalla Direzione Sanitaria dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Caltanissetta e dal Coordinamento per l’emergenza Covid, ma credo che l’azione sia simile in tutti gli ospedali Siciliani e Italiani, il tasso di infezioni intraospedaliere è ridotto. Tutto il personale sanitario è soggetto a tamponi periodici, utilizza regolarmente i DPI forniti (non solo mascherine) e l’accesso ai ‘visitatori’ è strettamente limitato».

«Inoltre - specifica lo specialista - tutti i degenti sono ‘puliti’, prima di accedere ai reparti vengono sottoposti a tampone e permangono in un’area ‘grigia’ nell’attesa del risultato dell’esame (tutti tranne quelli con patologie tempo dipendenti, vedi l’infarto). Noi, presso la U.O.C. di Cardiologia Utic ed Emodinamica, abbiamo individuato due aree grigie interne, in modo da poter soccorrere il paziente senza perdere minuti preziosi».

Infarto, quanto incide la tempestività?

La tempistica nel richiedere soccorso è assolutamente un elemento che può giocare in favore della vita. Il dottor Giovanni Longo ci spiega il perché: «Il tempo è fondamentale. Il tempo è miocardio, il tempo è vita. Prima si giunge in ospedale - afferma lo specialista - migliore sarà il risultato delle cure erogate al paziente e migliore sarà il suo stato di salute dopo l’evento acuto. Per la patologia cardiaca, presso il Sant’Elia di Caltanissetta esiste una vera e propria 'fast-track'».

«Il paziente con sintomi sospetti che giunge in PS, viene sottoposto immediatamente ad elettrocardiogramma e, in caso di segni compatibili con l’infarto miocardico acuto, viene subito accompagnato presso una delle due zone grigie individuate all’interno della cardiologia dove viene sottoposto a rapidi controlli. Da lì - spiega il dottore -in pochi minuti, raggiunge la sala di emodinamica, dove grazie all’ausilio di ‘tubici’ e ‘fili guida’, da una piccola puntura sul braccio, raggiungiamo il punto malato dell’albero coronarico, liberandolo dall’ostruzione».

Ecco alcuni consigli utili: «Sarebbe bene raggiungere il centro ospedaliero di riferimento o, ancora, contattare la rete per l’emergenza territoriale (118) nel più breve tempo possibile - ci dice il dottor Longo - in modo da poter essere sottoposti ad intervento entro 60 o, comunque, non oltre 120 minuti dall’insorgenza dei sintomi. Purtroppo, oggi assistiamo ad un incremento delle complicanze tardive dell’infarto in quanto le persone hanno paura di raggiungere l’ospedale».

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