Vitamina D, nessuna efficacia sul Covid-19?

Un nuovo studio canadese lascerebbe poche speranze ai risultati di uno studio italiano. Per i ricercatori, la vitamina D non sarebbe in grado di fornire protezione dai casi gravi di Covid

Covid, la vitamina D potrebbe non fornire nessuna protezione

Si è a lungo discusso circa la relazione tra vitamina D e Covid, non ultimo uno studio italiano secondo cui la vitamina in questione diminuirebbe anche dell'80% la mortalità e gli accessi in terapia intensiva. A mettere in discussione questa e altre analisi giunge ora una ricerca pubblicata su "PLOS Medicine" e condotta da Guillaume Butler-Laporte, Tomoko Nakanishi e colleghi della McGill University in Quebec. Gli scienziati suggeriscono che al momento non esistono prove genetiche a supportare la capacità protettiva di tale pro-ormone liposolubile contro l'infezione grave da Coronavirus.

Per giungere a questa conclusione è stato utilizzato uno studio di randomizzazione mendeliana che ha impiegato varianti genetiche fortemente associate a livelli aumentati di vitamina D. Nello specifico sono state analizzate le varianti genetiche di 4.134 soggetti con Covid e di 1.284.876 individui senza Covid provenienti da 11 Paesi. I risultati non hanno mostrato prove di un'associazione tra livelli di vitamina D geneticamente previsti e suscettibilità al Coronavirus, ospedalizzazione e malattia grave, smentendo così l'ipotesi di un miglioramento delle condizioni dei pazienti mediante l'integrazione del composto.

Tuttavia la ricerca presentava alcuni limiti importanti, ad esempio escludeva persone con carenza vitaminica. Inoltre, le varianti genetiche sono state ottenute solo da partecipanti di origine europea, dunque sarà necessario in futuro tener conto di altre popolazioni per le valutazioni. «La maggior parte degli studi sulla vitamina D - spiega il dottor Butler-Laporte -sono molto difficili da interpretare poiché non possono adattarsi ai fattori di rischio noti per il Covid (età avanzata, malattie croniche, istituzionalizzazione) che sono anche predittori di bassi livelli di vitamina D. Pertanto bisognerebbe capire l'effetto del composto attraverso studi randomizzati, ma questi sono complessi e richiedono molto tempo durante una pandemia».

La randomizzazione mendeliana può fornire informazioni più chiare sul ruolo della vitamina D e dei fattori di rischio associati a forme gravi di Covid. Questo metodo tuttavia, come conclude Butler-Laporte, in questo caso non ha mostrato prove certe e non è in grado, quindi, di confermare gli effetti positivi sugli esiti del Coronavirus dell'integrazione della vitamina in questione.