Le "schiave del sesso" naziste: ecco cosa succedeva nei lager

Un libro e una mostra sull'ultimo tabù del Terzo Reich: tra il 1942 e il 1945 i tedeschi gestirono veri e propri bordelli all'interno di molti campi di concentramento

Le "schiave del sesso" naziste: 
ecco cosa succedeva nei lager

Orrore che si aggiunge all'orrore. La notizia non è nuovissima, gli storici la conoscono bene. Ma ora un libro e una mostra itinerante per l'Europa (che arriverà anche a Roma il prossimo anno) rilanciano l'argomento portandolo alla conoscenza del grande pubblico. Ossia che fra il 1942 e il 1945 i tedeschi gestirono veri e propri bordelli all'interno di parecchi campi di concentramento, fra i quali Ravensbrueck e Auschwitz. Donne non destinate ai gerarchi nazisti, come si potrebbe pensare, ma ai loro stessi sfortunati compagni di prigionia. L'idea era che fornire «incentivi» ai reclusi avrebbe aumentato la loro produttività sul lavoro. Non solo: le "schiave del sesso" potevano arginare anche il problema dell'omosessualità, aborrita dalla ideologia nazista.

A divulgare questo terribile «segreto» è ora lo studioso tedesco Robert Sommer, il quale oltre a curare la mostra itinerante ha scritto il libro «Das KZ Bordell», «Il bordello del campo di concentramento» che racconta in dettaglio la storia dei bordelli nei dieci lager in cui furono aperti dai nazisti: chi li frequentava (erano aperti solo ai detenuti non ebrei); come funzionavano, da dove venivano le disgraziate donne in offerta, detenute a loro volta.

Secondo Robert Sommer, il cui lavoro è basato su numerose interviste a un piccolo gruppo di superstiti, l'idea di usare prostitute nei campi di concentramento era venuta agli Schutzstaffel di Hilter, le guardie del corpo delle SS. Per il 70% erano tedesche, le altre di nazionalità ucraina, polacca o bielorussa. Il primo bordello fu aperto nel campo di Mauthausen in Austria nel 1942; il più grande fu quello di Auschwitz, in Polonia, dove lavorarono fino a 21 donne contemporaneamente. Sommer stima che in tutto furono circa 200 le donne costrette ad offrirsi ai detenuti, inizialmente con la promessa - mai mantenuta - di essere liberate.

«La grande maggioranza delle donne forzate a prostituirsi nei campi di concentramento - ha detto lo studioso - era etichettata come socialmente indesiderabile dai nazisti. Fra di loro non c'erano donne ebree, e i detenuti maschi ebrei non erano ammessi nei bordelli». Divieto d'accesso anche per i prigionieri di guerra sovietici. A frequentare i bordelli quindi erano le decine di migliaia di altri soldati catturati, di prigionieri politici, o altre persone detenute nei lager a fianco degli ebrei. Sommer aggiunge che nessuna delle donne coinvolte ha mai ricevuto alcun tipo di compensazione; sottolinea anche che in effetti ben pochi dei detenuti dei lager erano in condizioni fisiche tali da poter avere rapporti sessuali. Insa Eschebach, direttrice del museo di Ravensbrueck in Brandeburgo, che qualche mese fa ha ospitato la mostra itinerante, spiega che l'argomento è sempre stato tabù in Germania. «Naturalmente c'è un'immagine positiva dei detenuti dei campi di concentramento, e parlare di prostituzione forzata significa distruggere questa immagine. I detenuti erano vittime, ma in questo contesto, potevano diventare carnefici».

Una testimone, Frau B., ha dichiarato che ogni donna lavorava in una piccola stanza, dove riceveva fino a cinque uomini l'ora. Da uno spioncino le guardie potevano osservare le scene di sesso e sghignazzarci sopra. I clienti invece erano delle persone "decenti": erano stati prigionieri per lunghi anni ed erano felicissimi di avere questo breve ma intenso contatto umano. A volte, i clienti delle prostitute volevano solamente parlare. Un'altra sopravvissuta, Frau W., invece ricorda così: «Ci dissero che eravamo nella casa di appuntamenti del campo e che eravamo fortunate. Avremmo potuto mangiare bene e bere a sufficienza. Se ci fossimo comportate bene e avessimo svolto correttamente il nostro lavoro non ci poteva accadere nulla».

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