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Scifoni diventa Francesco. "È una vera popstar e parla ancora di noi"

L'attore: "Ottocento anni dopo la morte, la sua faccia stampata sulle tazze vendute all'autogrill"

Scifoni diventa Francesco. "È una vera popstar e parla ancora di noi"
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Francesco parla ancora. Ottocento anni dopo, il santo di Assisi ha ancora molto da dire. E il mondo lo ascolta a bocca aperta. Un fenomeno senza eguali, difficile da spiegare, la potenza di questa figura. C'è il richiamo alla povertà certo, ma quanti erano i pauperisti? E il creato, l'ambiente, si direbbe oggi, oltre ovviamente al fervore spirituale. Eppure, c'è qualcosa di più nel prodigioso Francesco. "Era una popstar, un genio" spiega Giovanni Scifoni, che torna a Milano, al teatro Carcano da domani al 26 aprile con il suo "Fra'. San Francesco, la superstar del Medioevo", spettacolo che prova a indagare e spiegare fenomeno. Di san Francesco hanno parlato tutti. Soprattutto in Italia, dove è festa nazionale il 4 ottobre (giorno in cui ricorre l'ottavo centenario della sua nascita in cielo). Il fenomeno va oltre ogni ricorrenza. "Perché lui parla di noi, non siamo noi che parliamo di Francesco" dice Scifoni, che col suo show leggero e profondo, orchestrato con laudi medievali e strumenti antichi, continua a riempire i teatri (siamo a 200 repliche).

"Ottocento anni dopo la sua morte, la sua faccia è stampata nelle tazze in vendita all'autogrill" sorride Scifoni nel monologo. E cos'è che rende così attuale, potente e universale la remota figura di un religioso, un giovane ("bassino, bruttino, con le orecchie a sventola" pare) figlio di un commerciante in un paesino marginale nell'Italia periferica del Medioevo?

Ecco, la folgorazione di Scifoni, che nasce quasi controvoglia. "Molti anni fa, mentre facevo una trasmissione, "Beati voi", mi chiesero dei monologhi su San Francesco e - confesso - non ne avevo nessuna voglia. Ripensandoci adesso, non ero stato per niente lungimirante".

Di Francesco, in effetti, hanno parlato tutti, laici e credenti, artisti e scrittori. "Film, libri spettacoli, Dario Fo, tante voci altisonanti. Io mi sentivo un impostore - sorride - Che bisogno c'è che se ne parli ancora?" la comprensibile esitazione di Scifoni.

Poi l'intuizione. "Mi metto a leggere le fonti francescani e ho una folgorazione - racconta l'attore romano - ti rapiscono, non ne esci. Sono testimonianze praticamente coeve, fresche, raccontano i fatti con testimonianze oculari. Leggo e mi balza agli occhi questo Francesco che è un artista, un performer".

Eccolo, il comunicatore, l'influencer, l'artista pop. "Francesco tiene prediche, davanti a migliaia di persone, in un paesotto di poche anime dell'Italia centrale. Veramente una popstar, una superstar". È il primo autore di un componimento poetico in volgare, ma è la sua comunicazione il miracolo. "Francesco danza, balla. È un eccezionale creativo. Assimila le tecniche di giullari e trovatori che la madre francese gli ha fatto conoscere da bambino". Prende motivi prosaici e li trasforma in sacri. "Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto" immagina Scifoni, è l'attesa di una grazia divina che prende in prestito versi dedicati a grazie ben più prosaiche.

Lo spettacolo, per la regia di Francesco Ferdinando Brandi, si avvale delle musiche originali di Luciano Di Giandomenico e di strumenti antichi. E presenta un santo uomo alle prese col successo e col suo ego. E con la sua vanità. "È l'epopea di una star che alla fine rinuncia anche alla fama". La sua modernità si ritrova nell'incontro col sultano, "nel suo voler portare la pace là dove oggi sembra impossibile".

Ma è la sua lotta con l'umanissima vanità che lo avvicina all'uomo di oggi e all'attore. "La sua parola mi interroga - ammette Scifoni - mi cambia, ogni volta che pronuncio le sue parole sento che mi accusano, sento l'inadeguatezza e la piccolezza, ma penso che sia giuso così".

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