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"Lo scrittore è un paleontologo che scava una storia infinita"

L'autore francese Jean-Baptiste Andrea narra una missione sulle Alpi, a caccia di un brontosauro

"Lo scrittore è un paleontologo che scava una storia infinita"

Sulla copertina di Cento milioni di anni e un giorno (La nave di Teseo, pagg. 214, euro 20; in libreria da domani) ci sono quattro uomini su un ghiacciaio avvolti nella foschia e l'autore del romanzo, il francese Jean-Baptiste Andrea (premio Goncourt per Vegliare su di lei) racconta di avere adorato subito questa fotografia, che ha scelto anche per l'edizione francese del 2019: "Amo la natura e la montagna. Noi uomini siamo molto piccoli quando ci troviamo in mezzo alla natura e dovremmo ricordarcelo. Questa foto lo rappresenta molto bene". Il romanzo, ambientato negli anni Cinquanta, è la storia di Stan, professore di paleontologia ossessionato dalla caccia a un "drago", uno scheletro di brontosauro, che forse è nascosto in una caverna in cima a una vetta sulle Alpi tra Francia e Italia: per ritrovarlo, lo studioso è disposto ad affrontare una spedizione ad alto rischio, con tre compagni di viaggio molto... particolari. Andrea parla da casa sua a Cannes, in attesa di presentare il libro al Festival Francesissimo di Torino, il 31 gennaio.

Andrea, la storia si basa sulla sua esperienza?

"Non ho mai avuto una esperienza così drammatica come quella dei protagonisti ma, circa dieci anni prima di scrivere questo romanzo, ho trascorso una settimana isolato sulla neve in montagna e il mio concetto di comfort è cambiato molto: quando devi bollire l'acqua per mezz'ora, o dormire a temperature sottozero... Tutto diventa molto più lento e capisci anche quale svolta sia stata la scoperta del fuoco da parte dell'uomo, perché la vita lassù si ferma, appena il sole cala; e credo che le storie siano nate proprio in quel momento, quando c'erano da riempire le lunghe ore di buio".

Ha fatto delle ricerche per il libro?

"Non faccio mai ricerche. Mi piace scrivere di quello che so e che ho vissuto, perché mi sembra più vero".

Quindi anche la paleontologia è una sua passione?

"Già da bambino, intorno ai 9 anni, volevo essere uno scrittore, ma i miei genitori erano preoccupati: morirai in povertà, devi trovarti un lavoro vero, mi dicevano... Intorno ai 14 anni, per due o tre anni mi sono messo a studiare geologia e paleontologia, anche se poi ho rinunciato, perché non ero molto in bravo in scienze. E sono tornato a voler fare lo scrittore".

Perché voleva fare proprio il paleontologo?

"Per me il paleontologo è un narratore, che racconta la nostra storia, immensa e magnifica: questo è l'aspetto che mi piaceva, molto più di quello scientifico. Però ho conservato i miei libri di paleontologia e non ho mai smesso di consultarli. Ecco, qui sulla scrivania ho una conchiglia vecchia 300 milioni di anni... pone la nostra vita in prospettiva: siamo collegati a questo fossile, ed esso è legato a noi".

Nel libro scrive: "Diventi paleontologo perché ami le storie. Per raccontarle, a te stesso e agli altri". La paleontologia è come la letteratura?

"Sì. Ci ricorda che apparteniamo a una storia straordinaria, fatta di miracoli, suspence, vita e morte, senza il soprannaturale, forse, ma la cui dimensione è incredibile, e in cui c'è comunque una componente spirituale, mistica: come siamo arrivati qui? L'evoluzione apre a questa domanda. Da narratore, io mi rivolgo alla letteratura, ed è per questo motivo che scrivo libri, ma tutti i grandi scienziati ci raccontano una storia".

Protagoniste sono anche le pietre: quelle delle Alpi e quelle che Stan martella per scoprire i fossili.

"Ho sempre avuto bisogno del contatto e della vicinanza della natura e perciò l'ambiente doveva essere protagonista del romanzo; d'altronde io credo che le montagne abbiano un'anima e che noi condividiamo il pianeta con il resto della natura... Ma questo è anche un libro sul potere della natura stessa; infatti noi ci lamentiamo, giustamente, di come trattiamo la Terra, ma la natura è potente, e non soffrirà a lungo: quando si stancherà ci schiaccerà, come una tigre con le zanzare. La montagna, fisicamente potente, incarna proprio questa visione di una relazione conflittuale fra uomo e natura".

Come ha fatto a descrivere i paesaggi così nel dettaglio?

"Credo che le descrizioni siano dettagliate, ma non troppo. Utilizzo il minor numero di parole possibili, pochissime righe, per innescare le immagini e le sensazioni nel lettore stesso: è una tecnica voluta, che mi richiede di avere una esperienza fisica, intima, di ciò di cui parlo".

L'atmosfera è sognante, anche questo è voluto?

"Me lo hanno detto spesso dei miei libri. Credo sia come io vedo il mondo: per me i toni sono realistici".

Però parla di sogni e ossessioni: quanto contano per lei?

"Sì, tutti i miei libri sono sui sogni, perché parlano della mia impresa di diventare uno scrittore. Stan ha una visione e pochi gli credono; così, per anni, io mi sono sentito dire che mi sarei dovuto trovare un lavoro. Mia madre ha smesso solo dopo che ho vinto il Goncourt...

Ecco, Stan è quell'uomo che fa qualsiasi cosa per realizzare il suo sogno e si chiede se non ci sia un momento oltre il quale debba mollare tutto, perché è un idiota, o un pazzo, se va avanti; e invece non molla mai, anche se fallisce, anche se crolla, fino a che trova ciò di cui è in cerca".

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