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"Lo scrittore pone domande e il libro lo inventa il lettore"

La sua Tasmania, il padre nei campi giapponesi, l'atomica e Cechov: ecco "Domanda numero 7"

"Lo scrittore pone domande e il libro lo inventa il lettore"

S embra di essere collegati con il paradiso. A Milano è notte e diluvia quando Richard Flanagan appare su zoom, in una stanza inondata di luce e circondata da vetrate enormi, occupate dalle chiome degli alberi. È il bush della sua Tasmania, il luogo dove il sessantacinquenne Flanagan (vincitore di un Man Booker Prize per La strada stretta verso il profondo Nord) si rifugia per scrivere. Più in là c'è il mare. In mezzo alle piante spunta un wallaby, un piccolo canguro. Questa è la sua "isola alla fine del mondo", un paradiso, appunto; ma un paradiso che è stato poverissimo, che ha sofferto per il massacro della popolazione aborigena da parte dei coloni britannici e che oggi è a rischio, come tanta parte della bellezza della nostra Terra. Anche di questo parla Domanda numero 7, il suo nuovo libro (La nave di Teseo), che è anche una storia familiare e del Novecento, poiché parte dalla prigionia del padre nei campi giapponesi durante la Seconda guerra mondiale e dall'imprevedibile (e inquietante) ruolo avuto dalla bomba atomica nella vita di Flanagan stesso; ed è anche una storia della letteratura intrecciata alle vicissitudini di un secolo sanguinario, attraverso H.G. Wells, Rebecca West, Sebald e Vonnegut, a ritroso fino a Cechov, poiché è un suo racconto a contenere la domanda numero 7 del titolo, ovvero: "Chi ama più a lungo, l'uomo o la donna?".

Richard Flanagan, come è nata l'idea del libro?

"Da tante cose insieme. La consapevolezza che il mondo in cui ho sempre vissuto, quest'isola con le sue creature, gli uccelli, i pesci, le piante, sta scomparendo, a causa della devastazione del pianeta. Poi, come milioni di altre persone, il Covid mi ha spinto a ricercare di nuovo che cosa significhi vivere, che cosa dia significato alla vita; e così sono tornato a pensare ai miei genitori, all'amore in cui credevano e per il quale hanno combattuto".

Lei è nato in una Tasmania poverissima.

"Tutti veniamo da un mondo e un tempo specifico, e io vengo da quest'isola alla fine del mondo e della storia: ecco, volevo che le persone capissero che questo non è il mondo dell'Europa. Né migliore né peggiore, ma diverso. E poi so che io esisto per via di quel crimine tremendo contro l'umanità che è stato la bomba atomica su Hiroshima, poiché mio padre era prigioniero dei giapponesi e stava per morire ma, per quell'atto terrificante, e per la morte di centinaia di migliaia di persone, lui è sopravvissuto e quindi io sono nato e posso parlare adesso, qui, davanti a lei. E allora mi sono chiesto: perché la bomba? Ho letto molto sull'argomento, negli anni".

Che cosa ha scoperto?

"Quella della bomba non è una storia lineare di progresso scientifico. Inizia con un bacio fra una giovane scrittrice, Rebecca West, e un romanziere di successo di mezza età, H.G. Wells; e lei gli offre un'idea di amore da cui lui è terrorizzato, perciò fugge e scrive un romanzo, La liberazione del mondo, che è frutto di questo terrore dell'amore e nel quale, su basi scientifiche, inventa la bomba atomica. Ed ecco che la domanda numero 7 ha portato all'atomica su Hiroshima".

Tutto questo insieme?

"A un certo punto ho ricevuto una diagnosi di demenza precoce. E così ho cercato di condensare tutto, il più velocemente possibile: tutte le storie, connesse strettamente e brevemente; e, mentre scrivevo, tiravo fuori sempre più cose. Dopo undici mesi ho spedito il manoscritto alla mia editor e le ho chiesto: ci vedi segni di crollo cognitivo? Lei ha riso. Dopo poche settimane il neurologo mi ha chiamato e mi ha detto che il radiologo aveva interpretato male il referto... Ma quella diagnosi è stata il catalizzatore del libro: l'ho creato come una reazione nucleare a catena".

Che cosa ci dice la domanda numero 7?

"Adoro quel racconto. In Cechov c'è quel genio, quel descrivere un mondo di superficie, come un quesito di matematica e poi un secondo mondo, più privato, finché a un certo punto anneghiamo nel mondo vero, reale, ovvero: chi ama di più?, che cos'è l'amore? Questa è la domanda che conta, che dà forma alla nostra vita, non i problemi della matematica".

Scrive: i ricordi sono storie.

"Uno dei temi del libro è la natura del tempo. Io vivo in un mondo che non ha il senso europeo del tempo, lo stesso del romanzo europeo, in cui il tempo è lineare come una tabella del treno, e la storia si ferma a tutte le stazioni dello sviluppo umano. Il mondo in cui sono nato è influenzato dalla concezione degli aborigeni, per i quali quello che sta succedendo ora è successo quattromila anni fa nel passato e succederà fra cento anni nel futuro... Questo ci mostra come noi esistiamo in una continuità e ci dona il senso di come apparteniamo al passato e abbiamo una responsabilità verso il futuro. È una storia circolare, un altro modo per comprendere l'universo, all'interno del quale la memoria non è solo testimonianza, per quanto importante: è un atto di creazione; e, perciò, quello che scegli come storia è molto importante, poiché può essere un incubo o una liberazione".

Il libro parla di fine del mondo, anche di quella avvenuta in Tasmania contro gli aborigeni. H.G. Wells aveva già collegato tutto...

"Sono rimasto sconvolto quando ho scoperto che, nel 1920, Wells aveva raccontato, a proposito della Guerra dei mondi, come l'idea dei marziani fosse stata ispirata dall'invasione inglese in Tasmania e dalla distruzione della sua popolazione aborigena. Era un attacco all'Impero: i marziani erano gli europei. Tutti si chiedevano da dove venissero, e invece la sua era una narrazione semplice e potentissima di ciò che gli esseri umani fanno uno all'altro, sfruttando la superiorità della tecnica, che ci fa sentire autorizzati a compiere violenze terribili".

La letteratura è un modo per tentare di rispondere alla domanda numero 7?

"La letteratura non esiste per fornire risposte; se fa il suo lavoro, cerca di porre le domande giuste. La letteratura che finge di rispondere alle domande è ideologia, politica, nonsenso. I primi libri in molte culture sono testi religiosi, la parola di Dio, ma la letteratura non è Dio: è vita, o non è niente. È sporca, esagerata, senza certezze, e non finge di essere separata dagli esseri umani. La letteratura sta sull'orlo dell'abisso del mistero della vita e descrive quello che vede meglio che può".

Il libro è disseminato di dubbi; eppure il libro c'è.

"Più scrivo, meno so qualcosa della scrittura e più mi fido del lettore, per scoprire un significato nel libro stesso.

Perché un libro può essere incoerente, proprio come la vita, e suggerire una cosa e poi il suo opposto: un libro riuscito è come noi, pieno di contraddizioni; ma si spera che gli uomini siano in grado di trovarci un qualche significato... Da scrittore, il tuo ruolo è lasciare, con umiltà, che sia il lettore a inventare il libro".

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