Non è il caso di strumentalizzare Portobello e tanto meno il caso Tortora, ma è inutile fingere che la serie di Marco Bellocchio inevitabilmente non faccia pensare al referendum per la separazione delle carriere dei magistrati. Con tutto il rispetto per l'unicità di ogni singolo caso, è molto ma davvero molto probabile che la separazione avrebbe cambiato le sorti di un processo dove un uomo palesemente innocente, Enzo Tortora, fu sacrificato sull'altare di un'inchiesta che rischiava, senza un po' di pubblicità, di inabissarsi. In quei giorni tristi si vide anche la saldatura tra procura e media. I giornali erano colpevolisti e brindarono alla condanna di Tortora. Un cronista però si era premurato di leggere le carte, trovando subito le prove dell'innocenza del conduttore. Quel cronista, incredulo davanti a tanta leggerezza, era Vittorio Feltri, che fece i controlli elementari omessi dalla magistratura inquirente e passati allegramente a processo senza che nessuno avesse qualcosa da ridire. Fu lui a smontare l'accusa. Detto questo, la serie di Marco Bellocchio ha un elevato valore civile. Forse, per un prodotto televisivo destinato a un pubblico mondiale, ha il limite di essere poco chiaro per chi non è italiano. Ma ce ne faremo una ragione. Qui vediamo un borghese amato dal pubblico televisivo finire nel tritacarne di un'inchiesta semplicemente ridicola se non fosse che potrebbe ripetersi oggi e coinvolgere qualcuno che, a differenza di Tortora, potrebbe essere senza i mezzi per difendersi. Tortora, ricco e famoso, secondo le accuse, sarebbe stato uno spacciatore di cocaina nel mondo dello spettacolo per conto della camorra di Cutolo.
Solo a pensarci, oggi, viene da ridere. Ma fu una tragedia. La serie mostra poi la incredibile leggerezza con la quale vennero gestiti i pentiti, "imboccati" dai giudici per incastrare il pesce grosso. Roba da brividi, serie da vedere.