Un paio di anni fa, in una trasmissione su La7, abbiamo sentito Dacia Maraini dire che "L'egemonia culturale di sinistra non è mai esistita". E lì abbiamo pensato che se davvero non fosse esistita - ricordando il potere esercitato dall'asse Morante-Moravia-Maraini, tra la casa di via dell'Oca e le vacanze intellettuali a Sabaudia - oggi una come la Maraini non potrebbe essere ospite a La7, il Ridotto della Valtellina della cultura di sinistra.
L'episodio ci è venuto in mente leggendo il pamphlet di Andrea Minuz Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un'ossessione italiana (Silvio Berlusconi Editore) che declina in tutte le sfumature possibili politiche, polemiche e pop - un concetto elaborato da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere un secolo fa, quando "organico" era ancora un intellettuale e non qualcosa da smaltire, per pianificare il dominio di un gruppo su tutti gli altri attraverso la diffusione della propria visione del mondo e dei propri valori. Come? Usando la scuola, i giornali, le case editrici, l'università (meno la cultura popolare, che alla sinistra in realtà ha sempre fatto schifo). Si dice "ideologia dominante" di una classe sociale. La loro. Il paradosso è che Gramsci in 29 quaderni poi pubblicati in quattro volumi per 3.500 pagine complessive, usa l'espressione "egemonia culturale" una volta sola. E pensa i danni che ha fatto.
Semplificando: Andrea Minuz, professore di Storia del cinema a La Sapienza di Roma e firma del Foglio casamatta della cultura disorganica liberale in un libro denso, raffinato e divertente prova a spiegare sostanzialmente due cose. Come ha potuto prendere forma nel secondo Novecento l'assioma, elaborato a sinistra, per il quale "Se sei colto non puoi essere di destra"; e come, ultimamente, è nato un nuovo progetto, pensato a destra, di scippare il primato culturale del Paese alla sinistra. Ah: importante. Sia la sinistra sia la destra negano di aver mai lavorato in questo senso. Se provi a rinfacciarglielo, ti rispondono: la vera Cultura, con la maiuscola, non è né di destra né di sinistra! Che è una solenne idiozia. Come ci hanno sempre insegnato i compagni, e hanno sempre sostenuto anche i camerati, non solo tutto è politica (dai Quaderni del carcere a Goldrake che, come ricordava qualche giorno fa Aldo Grasso, per Nilde Iotti era un cartone animato "fascista, antidemocratico e violentissimo", mentre per Dario Fo esaltava l'odio per il nemico); ma è politica soprattutto ciò che sembra meno cultura, con la minuscola: la commedia all'italiana, i fumetti, la musica leggera, la Smemoranda, Drive In, Zelig, i cinepanettoni (Massimo Ghini dopo Natale a New York dovette rassicurare il pubblico che sarebbe rimasto un uomo di sinistra), Propaganda Live, i reality show (maledetta quella persistente attitudine pedagogia che portò Concita De Gregorio a voler mandare dei libri nella casa del Grande fratello) e persino Sanremo; che mai come quest'anno per la sinistra è stato "di destra".
Comunque. Tema quanto mai attuale (dal caso Venezi alla mostra sul futurismo alla Gnam, che però era molto bella) e che sopravvive alle mode culturali (pensa a Tolkien: nel 1970 quando Rusconi pubblicò Il Signore degli anelli l'intellighenzia accusò opera e autore di essere reazionari e oscurantisti, poi fu tutto uno squittire delle Lipperini e dei Wu Ming per prenderselo, anche se loro chissà perché dicono "ri-prenderselo"), l'egemonia culturale è quella cosa per cui, senza capire perché, nell'inconscio collettivo si è sedimentata l'idea che la sinistra sia intellettualmente e moralmente superiore. Rivoluzionaria ma raffinata; mentre invece col tempo si è capito che è diventata più ignorante e conservatrice della destra. E poi non c'è nulla di più opportunista e conformista della cultura che ci è capitata di vedere negli anni dell'antiberlusconismo nei festival, saloni del libro e premi letterari.
Che fatica essere egemoni. Proprio quando la cultura vale meno di tutto, la sinistra le rimane attaccata coi denti e la destra ne rivendica come non mai l'importanza. Eppure si sa: con la Cultura si mangerà anche (pensa a quanti contributi pubblici hanno ricevuto i cinematografari veltroniani) ma non si vincono le elezioni. Mentre il Paese riflessivo e democratico al mattino comprava Repubblica e alla sera stava in casa a leggere Kant, quello volgarotto e un po' fascista guardava Canale 5 e votava Berlusconi (oggi non guarda più Retequattro e vota la Meloni, ma è uguale).
E comunque ha ragione Minuz: ai tempi del Pci come ai tempi di La7 c'è molta egemonia ma poca cultura.
Cose che fanno l'egemonia culturale. La convinzione che ci sia sempre una massa da educare alla retta via. Il grido decennale "Fuori i partiti dalla Rai!", detto da chi ha perso le elezioni mentre gli altri formano il Cda. Un'ossessione per Che Guevara (Beppe Sala tempo fa ne sfoggiava la faccia su un orrendo pedalino bianco da biker). Il confine molto sfumato fra egemonia, amichettismo e familismo (siamo pur sempre in Italia). E le frasi "L'egemonia di sinistra c'è stata eccome", detto da destra; e "È un'invenzione della destra piagnona", detto da sinistra.
Mah. A noi sembra che l'unica egemonia, per dire come è conciata la sinistra, la fanno Chiara Valerio e Paolo di Paolo che sono dentro a tutti i festival, i premi letterari, le case editrici e i giornali. Poi, vabbé, c'è Zerocalcare. Ma almeno lui vende.
Che poi, sinceramente: si può ancora parlare di egemonia culturale al tempo degli influencer, dei booktoker (i booktoker! Ma allora preferisco tornare nelle fogne!), di Substack, dei social e di Più libri più liberi dove ormai lo stand più cercato è quello dei fascisti di Passaggio al bosco? Sono con Minuz: "L'egemonia culturale non esiste più. Non esiste come progetto, come strategia, come conquista paziente delle menti, ma solo come sintomo della nostra confusione. L'idea che si possa dominare la cultura, dunque piegarla a un disegno, orientarla verso un obiettivo politico, è incompatibile con la vita del XXI secolo". Forse resiste giusto a Radio3, "recinto ideologico, tribù dei colti governata da leggi immutabili". A proposito.
Sarà un caso, ma fu proprio il capo di quella tribù, Marino Sinibaldi, quando nel 2024 lasciò la presidenza del Centro per il libro e la lettura dove l'aveva messo Franceschini, a fare passare come azione di banditismo della destra meloniana quella che invece era una naturale scadenza della carica. A ulteriore riprova che egemoni sono sempre gli altri.