“Dopo la rivoluzione noi saremo democratici con i nostri avversari di classe?”. Una domanda nel mucchio, un quesito aperto ai “compagni” che in una chat dedicata al mondo antagonista discutono di fare rivoluzioni e di come, “bene o male, lo Stato rivoluzionario sarà per forza di cose autoritario”. Il Giornale è riuscito a infiltrarsi in questi gruppi: usano nickname, si nascondono nel sistema Telegram convinti sia meno “penetrabile” di altri e per questo, forse, si espongono più che altrove. Ma cosa fare, quindi, con gli “avversari di classe”? La risposta arriva da un altro utente, che ha le idee ben chiare: “Crivellare i liberali sarà divertente”.
Sono dichiarazioni di intenti, boutade affidate a una chat, ma rappresentano un rischio da non sottovalutare, come hanno dimostrato gli anarchici che, per fabbricare una bomba da destinare a chissà quale attentato, sono morti in un casolare abbandonato di Roma. Da anni il rischio eversione e sovversione, l’insurrezionalismo, vengono sottovalutati, derubricati a minacce del web senza importanza. E se non fosse così? Esiste un sottobosco, formato soprattutto da giovani e da giovanissimi che vengono animati da soggetti adulti, che guardano a Lenin, Marx e Stalin, che bramano l’anarchia e la rivolta sociale. “Concentriamoci sul farla la rivoluzione, all’abolizione del capitale e della moneta ci dobbiamo pensare dopo, ora come ora questo crea solo divisione all’interno dei nostri circuiti”, si legge in un altro passaggio. In questo gruppo di conversazione militano esponenti di diversi gruppi studenteschi, alcuni si identificano anche in determinate organizzazioni di stampo comunista, ma anche “lupi solitari”, soggetti attratti dalla filosofia di Hegel o di Marx che sognano il bolscevismo in Italia e che, pare, vogliono mobilitarsi per raggiungerlo.
Che ci riescano o meno, questo dev’essere un tema di riflessione in questo Paese, dove troppo spesso la memoria corta ha cancellato le cicatrici lasciate dagli anni di piombo. Il rischio concreto è che la suggestione della “lotta dura” si trasformi in una vera e propria chiamata alle armi per chi si sente ai margini, alimentata dalla retorica che, sovente cavalcano anche i partiti istituzionali.
Quando dai banchi del Parlamento o dalle piazze autorizzate si usano toni che delegittimano l'avversario trasformandolo in nemico esistenziale, si offre involontariamente una sponda ideologica a chi, in questi gruppi o altrove, progetta di passare dalle parole ai fatti e il pericolo è che la radicalizzazione trovi terreno fertile in una narrazione collettiva che esaspera le differenze e soffia sul fuoco del disagio sociale.