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Da spacconi a criminali. I padroni della periferia sono uno Stato a parte

Aggressioni, droga, risse: Arditti e Gallicola svelano il lato nero dei nuovi "tamarri" in un libro

Da spacconi a criminali. I padroni della periferia sono uno Stato a parte

Quella dei maranza è una storia come tante. È la storia di come un atteggiamento possa trasformarsi in realtà, per esempio: come un fare da sbruffone si traduca piano piano in comportamenti perennemente da sbruffone, poi in una spacconata un pochino più grossa, poi in un piccolo illecito e, infine, in qualcosa di peggio che ti porta in galera. È anche la storia di come un "modello" possa esercitare un fascino trasversale su una fetta, non esigua, di società: da qualche anno infatti il termine maranza indica i giovani tamarri figli di immigrati, solitamente nordafricani, ciabatta con le strisce e calzino, divise monocolore nere o bianche (al massimo un grigio), felpe col cappuccio da tirare sugli occhi, catenazze al collo, tatuaggi, mutanda con l'elastico che spunta dal fondoschiena, marchi e loghi in grande evidenza, spesso falsi. Ma indica anche i giovani tamarri figli di italiani, che imitano quegli immigrati di seconda o terza generazione nell'aspetto, nel modo di parlare, nei gesti, nell'eloquio "da strada". Un cortocircuito fosforescente in cui tutti sembrano pescare quanto di meno interessante e stimolante dagli altri... E in cui c'è chi sembra non capire, o comunque finge bene, come non si tratti soltanto di apparenza, perché sempre più spesso i maranza sono protagonisti di episodi di violenza e di illegalità.

La parola ha varie origini possibili e una è "marocchino" e "zanza", connotazione di provenienza geografica la prima e la professione di chi non fa altro che stare in giro (in milanese): così raccontano Roberto Arditti e Alessio Gallicola nel loro Piumini e catene (Armando Curcio Editore, pagg. 196, euro 22) che raccoglie numerose "Storie di maranza", oltre a una prefazione del nostro direttore Tommaso Cerno e una postfazione della psicoterapeuta Maria Rita Parsi.

Sono le cronache a guidare il lettore alla scoperta dell'universo maranza, e queste cronache mostrano bene come le tinte si siano spostate progressivamente dal folcloristico al nero, dall'etichetta di ribellione giovanile al carcere. Prendiamo per esempio Don Alì, "il re indiscusso dei Maranza, il tiktoker con ben 338mila follower su TikTok e 222mila su Instagram che ha trasformato la violenza di strada in like e visualizzazioni virali": viene arrestato in una notte del novembre scorso nella cantina in un palazzo malfamato di Barriera di Milano, il quartiere che incontra chi, dal capoluogo lombardo, arriva a Torino. Chi ama Christian Frascella conosce l'ambiente, perché è a Barriera che opera l'investigatore Contrera dei suoi gialli. Ed è dove operava anche Don Alì, soprannome in aura padrinesca, che nei suoi messaggi social dichiarava: "Barriera è mia, il resto è colonia". Oltre a "live streaming notturni da cinquantamila spettatori, inclusi italiani di periferia attratti dal mito della ribellione" ci raccontano Arditti e Gallicola, le sue regole "sono quelle ferree e codificate dei Maranza, il collettivo informale che ha formato la sua leggenda urbana e digitale, un fenomeno che la Procura di Torino descrive nei verbali come un'associazione a delinquere de facto, fluida e non gerarchica, ma con un leader carismatico".

Risse, scippi, aggressioni a coetanei, rapine, traffico di droga, sparatorie, accoltellamenti, furti, minacce: la realtà verso cui degenera il mondo maranza è descritta dagli autori caso dopo caso. Troviamo lo studente della Bocconi ridotto in fin di vita in zona Garibaldi a Milano da un gruppo di maranza di buone famiglie della provincia, che sui social si vantano della violenza brutale e sperano che la vittima muoia; la "baby gang Z4" di Corvetto e Calvairate, periferia Est di Milano, orgogliosamente fiera di sbandierare l'appartenenza a una zona ben lontana dal radicalchicchismo del centro ma anche, secondo gli inquirenti, coinvolta in rapine e aggressioni; le lotte notturne fra bande sulla 90, il filobus che gira intorno alla circonvallazione di Milano, una specie di lunapark della paura, fra raduni su whatsapp e coltelli; gli aggressori di Pepe, un cucciolo di Jack Russell, in una piazzetta nel centro di Padova; il caso terribile del ragazzino fragile che a Torino subisce sevizie da parte dei coetanei.

E poi rapper e trapper, come Baby Gang (il brano del libro che pubblichiamo in questa pagina parla proprio di lui e della sua parabola), Rondo, Simba La Rue... Perché il mondo maranza di oggi non si può scindere dalla musica da un lato e dai social dall'altro: barre e post che raccontano di strada, fratelli, sangue, "la mia famiglia è la mia gang, la scuola è la cella", "qua non ci sono regole, solo chi spara e chi scappa", "ho visto più sangue che scuola", in un inseguimento continuo di visibilità, riconoscimento e popolarità.

Però lo storytelling - e il caso di Baby Gang lo esemplifica bene - non si limita alla narrazione e sempre più spesso diventa realtà, con le aule di tribunale e la prigione come conseguenza. Con reati e soprattutto con le vittime di questi reati. Perciò raccontare "Storie di maranza" non è moralismo: è non chiudere gli occhi sulla realtà in cui viviamo.

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