A tu per tu

"Ecco la verità sul mio addio al calcio"

Gli esordi difficili, i cliché abbattuti, le offese, i silenzi dei colleghi e la decisione di mollare. La ‘signora’ del pallone si racconta

Paola Ferrari: "Ecco la verità sul mio addio al calcio"

Critiche, anche cattive. Ascolti da record. Paola Ferrari è così: divide. Dalle alzate di voce necessarie per farsi rispettare a bordo campo alle frecciate sul “maschilismo strisciante” della tv del pallone. Fino alle posizioni che stridono con il buonismo accomodante della tv generalista. In onda, sui social, in famiglia, Paola Ferrari segue sempre una linea, la sua. “Fumantina”, “poco diplomatica”, non le manda a dire, ma sempre con eleganza, anche ora che ha deciso di chiudere con il calcio. Sul futuro non si sbilancia. Ancora tv? “Forse”. La politica? “Non si sa mai”. Ma una cosa è certa: inutile cercare le sue eredi. Di Paola Ferrari ce n’è una sola. E ci mancherà.

Allora è ufficiale: dopo i mondiali in Qatar dell’anno prossimo molla il calcio?

“Beh l’idea è quella e non è maturata in questi giorni, perché ho fatto tantissimo, ho avuto grandi soddisfazioni, sono stata la prima donna condurre la Dominica sportiva, ho fatto il Mondiale del 2006 poi anche questi Europei. Mi piace l’idea di poter accompagnare la Nazionale fino al Qatar e poi fare ancora un anno, se il mio direttore vorrà, di 90º minuto. E tra un anno e mezzo dedicarmi ad altre cose. Il lockdown mi ha fatto capire che bisogna dedicare più tempo a se stessi. Poi, visto che ho una certa età voglio fare altri tipi di esperienze. Bisogna anche dare spazio anche agli altri”.

Però lei ha dichiarato che lascia perché le dicono che è “vecchia”. Ma lei è una tosta: sia con 90º minuto che durante gli Europei ha raggiunto record di ascolti, la dimostrazione che può dire ancora la sua, no? E poi è ancora in formissima…

“Ma ci mancherebbe altro, ci sono altre donne della mia età che occupano posti anche più importanti. Dalla De Filippi alla Venier, a Bianca Berlinguer, alla Sciarelli. In altri campi non viene stigmatizzata l’età della donna, invece, purtroppo, il mondo del calcio si porta dietro ancora un certo maschilismo strisciante. Poi, sinceramente sono un po’ stanca, anche tutte queste critiche sull’aspetto personale mi hanno molto infastidita e penso sia giusto cambiare. Ho la Lucisano film, nuovi progetti, un programma con Costantino Della Gherardesca, che adoro. Insomma, sono molto legata al mondo del calcio, ma voglio lasciare spazio ad altre cose”.

Quindi, nonostante tuttia la retorica su inclusione, parità di genere, superamento degli stereotipi, in tv conta ancora essere belle e giovani più che competenti in materia. Non è un po’ una contraddizione con tutto il politicamente corretto di facciata che piace tanto anche in Rai?

“Io come giornalista sono stata una delle prime che ha cercato di sottolineare l’importanza dello spessore della donna nel mondo del calcio e lo faccio da 25 anni. Ma basta guardare i programmi sportivi, per capire come il binomio calcio-bella ragazza formosa e sensuale sia ancora molto forte e difficile da sradicare in tv e nell’immaginario collettivo. Perché, essendo il mondo del calcio prettamente maschile, si crede che gli uomini si attraggano così. Ma in realtà non è così. Il mondo del calcio è anche un mondo femminile. Il nostro pubblico è per un 40% femminile, 90º minuto va in onda la domenica pomeriggio, la Nazionale è per tutti. Purtroppo questo è un pregiudizio ancora difficile da sradicare. E, quindi, se sei una donna e non hai più vent’anni non te lo perdonano, vieni un po’ stigmatizzata ed è anche per questo che ho voluto cambiare”.

Alla fine bisogna essere più in stile Diletta Leotta?

“Non parlo più di Diletta Leotta ho già detto quello che penso. E spesso quello che penso è stato male interpretato, per cui non mi esprimo più a riguardo. Ci sono moltissime giornaliste nei programmi sportivi che puntano su altre cose. Simona Rolandi o Giorgia Rossi sono bellissime donne e giornaliste super serie. È il mondo maschile che cerca sempre di fare un certo tipo di abbinamento. Noi con forza e professionalità abbiamo sempre respinto al mittente. A volte, però, non ci riesci. Dobbiamo lottare per questo".

Cosa invidia alle nuove leve e cosa lei, invece, ha in più?

“Io non conosco la parola invidia, quindi per me non esiste. Sono felice di quello che ho fatto nel mondo del lavoro, ho raggiunto traguardi importanti, ho aperto la strada a molte donne. Al limite potrei insegnare loro qualcosa se avessero voglia di chiederlo”.

Però, anche per lei, quando ha iniziato in un ambiente solo maschile, smarcarsi dal cliché e dimostrare di non essere solo bella non deve essere stato facile?

“Certo, questo è stato il percorso più difficile. Perché all’inizio non era assolutamente pensabile che una ragazza, una giovane giornalista conducesse la Domenica sportiva, andasse negli spogliatoi…è stato un cambiamento di costume importante che non molti mi riconoscono. Detto ciò, non penso che noi donne siamo dei panda da proteggere con uno steccato. O che qualsiasi cosa che facciamo debba andare bene. Io posso criticare una collega donna o un collega uomo, perché la vera uguaglianza non è nel mettere degli steccati ma nel metterci a confronto nel mondo del lavoro alla pari. La solidarietà femminile non va fatta con il buonismo, ma su dei valori importanti: nella lotta alla violenza contro le donne, per la parità di salario, il diritto alla maternità. Per il resto siamo tutti nel mercato del lavoro e dobbiamo lavorare con professionalità alla pari. Il buonismo non mi piace”.

Quando ha capito che finalmente si era guadagnata il rispetto dei colleghi?

“Gli anni con Giorgio Tosatti mi hanno dato l’onore di vincere il premio Gianni Brera, come prima donna. Gianni Brera lo guardavo in tribuna a San Siro quando ero una ragazzina che muoveva i primi passi nel mondo del giornalismo sportivo. Lo vedevo come un'icona irraggiungibile e avevo paura a fargli un’intervista, quindi è stata per me una grandissima soddisfazione. Poi, la scommessa di Marino Bartoletti nell’affidarmi la conduzione della Domenica sportiva. Non è un solo episodio sono tanti, tanti episodi. Quando, invece della frase trattenuta per non essere sgarbati, hanno iniziato a rispondermi male, e io di litigate in diretta ne ho fatte tante, ho capito che mi rispettavano”.

Oggi per una donna in tv è più facile avere la credibilità che merita al di là dell’essere un bel soprammobile da mettere su uno sgabello?

“No, non è più facile oggi. La credibilità si acquista con il lavoro perché non si è mai preparati abbastanza. Ci vuole molto sacrificio per chi ha voglia di conquistarla, altrimenti c’è anche chi usa il calcio come scorciatoia per altre cose. Io, essendo una donna di valori, penso che la credibilità sia un valore che non debba essere smarrito, ma raggiunto giorno per giorno con professionalità e impegno, in tutti i campi”.

Nella sua carriera, crede che l’essere bella l’abbia aiutata? In fondo non ci sarebbe niente di male…forse bisognerebbe finirla con il considerarlo una colpa o no?

“Non l’ho mai considerato una colpa…magari ho cercato di mettermi meno carina di quello che ero, meno vistosa… non mi piace apparire sensuale, sexy. Se mi vuoi guardare deve essere perché ti piace come conduco la trasmissione, non perché ho una scollatura che arriva all’ombelico. Questa è una sfida. Però non significa che non sia importante l’aspetto fisico, io non sono mai andata in onda struccata. Se si entra nelle case delle persone bisogna sempre essere al meglio. Essere belle non è una colpa, ma a me non piace chi sottolinea troppo quell’aspetto. È come se Cristiano Ronaldo andasse in campo a torso nudo solo per far vedere gli addominali, ma non esiste. Però anche quella è una scelta. Ognuno fa quello che vuole. Io ho combattuto per una donna che vince per la professionalità e la competenza non perché ha la quinta di reggiseno”.

Cosa piace tanto di Paola Ferrari ai tanti telespettatori che la seguono?

“Questo dovrebbero dirlo loro non io. Però, credo i sentimenti, la passione, il voler creare sempre un clima familiare dove tutto viene condiviso con il pubblico, il fatto che ho sempre usato un linguaggio semplice che arriva alle persone, che coglie la parte emozionale del giocatore, del campione, della partita, del momento. Poi non faccio mai mancare la battuta in più, io sono una che scherza spesso, mi piace molto prendermi in giro e forse questo viene apprezzato”.

Però, non le sono mancate le critiche, anche cattive. Quale non le è andata giù?

“Quella delle luci, tra l’altro una menzogna assoluta, mi ha dato sempre molto fastidio, perché è un modo ancora una volta per stigmatizzare la donna in quanto vecchia o rifatta. Ogni volta che sento parlare delle luci penso all’uomo che vuole vedere la donna come la bambolina perfetta e non la persona. Lo trovo molto squallido e tutto quello che è squallido mi ferisce, mi infastidisce. Forse sarà il cognome che porto, le invidie perché ho ottenuto tanto nella vita, o forse sto antipatica…comunque tutte le volte che offendono me sulle luci è come se offendessero tutte le altre donne. Ogni donna deve essere considerata per quello che è e se non ti piace stai zitto e vai a casa o cambi canale”.

Si crocifiggono i calciatori che non si inginocchiano contro il razzismo, si processano posizioni non in linea con l’inclusività esasperata dal politicamente corretto. Poi, però, passano commenti anche pesanti sul fisico, al limite del bullismo…

“Al limite del bullismo e del body shaming e non dimentichiamo che io ho avuto purtroppo un tumore al viso…non si sono fermati davanti a niente, infatti, per questo denunciai Twitter anni fa. Purtroppo queste cose passano e ogni tanto mi arrabbio perché non mi hai mai difesa nessuno, invece mi sarebbe piaciuto ricevere la solidarietà anche di qualche collega…”

Perché questo silenzio?

“Non lo so. Forse pensano che me la so cavare da sola e magari hanno pure ragione”.

A proposito di inginocchiarsi, durante gli Europei se n’è parlato tanto. Secondo lei la lotta contro il razzismo si può archiviare con un gesto?

“Io a differenza di altri non ne ho mai parlato perché non ho mai voluto che la politica entrasse nello sport. Detto ciò, ritengo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole e il calcio è sicuramente uno dei più grandi veicoli di integrazione che ci possono essere al mondo. Combattere il razzismo negli stadi è un impegno che deve essere costante verso il quale non dobbiamo mai distrarci. Anzi, mi dispiace che se ne debba parlare ancora quando ormai dovrebbe essere così ovvio. E su questo il calcio con le sue storie bellissime può fare molto. Il gesto in sé magari mi convince meno, si fa anche con quello, ma ma anche in altri modi: fermando una partita quando ci sono i cori razzisti, con dichiarazioni importanti, con prese di posizione nette dei giocatori nei confronti di un proprio compagno di squadra. Si può fare in tanti modi”.

Anche alle Olimpiadi non sono mancate le polemiche al confine tra sport e diritti. Il presidente del Coni Giovanni Malagò, dopo la vittoria di Marcell Jacobs nei 100 metri, ha dichiarato sullo ius soli sportivo: “Aberrante che non ci sia”. Lei è d’accordo?

“È un discorso troppo politico che non mi sento di affrontare in questo momento”.

Eppure lei è una con le idee chiare, sembra pronta per scendere in campo…in politica intendo, no?

“Mi sono già candidata nel 2008 con la Destra di Francesco Storace e Daniela Santanchè…”

Suo suocero, Carlo De Benedetti, non deve averla presa benissimo?

“Quella è stata una decisione dettata dall’amicizia più che una posizione presa e ha creato qualche frizione. Ma io faccio comunque di testa mia...seguivo un’amica su cui purtroppo mi sono dovuta ricredere”.

Proposte? Non mi dice da chi?

“Ma molte…da Forza Italia, dal centrodestra. Non lo so, chi lo sa…forse in futuro, ma la politica non è il mio campo, bisogna avere l’arte della diplomazia e io sono una molto più fumantina. Potrei collaborare, ma non in prima linea e magari l’ha già fatto non si sa. Vedremo…”

Niente politica, per ora. Non è che ci ripensa e resta in tv…magari per un’altra rete?

“Non lo so. Ho ancora un anno e poi ci saranno le politiche del 2023 no? Sto scherzando…”.

Allora a chi passerebbe il testimone, chi potrebbe essere la nuova Paola Ferrari?

“Ma ce ne sono tante…”.

Mi dica un nome.

“Nessuna, nessuna perché ognuna di noi ha le sue caratteristiche. Io ho spianato la strada, non ce n’è un’altra. Bisogna trovare un altro settore…”.

Tipo?

“Beh sarà la prossima donna alla direzione della Gazzetta, del Corriere dello Sport o di Raisport, e non me ne vogliano Auro Bulbarelli e Ivan Zazzeroni, mio carissimo amico. Quello sì che sarebbe un cambio di passo importante!”.

Commenti